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Eroica Fenice

a te

A te

Sono arrivato tardi in chiesa. Il vuoto aveva già preso il posto delle folle venute a darti l’ultimo saluto. Mi siedo sull’ultima panca a sinistra. Abbasso la testa e le mie mani si chiudono in raccolta. Si chiudono in ricordo. E mi compare davanti un balcone, il mio. Tu non lo sai ma la vita, ad un certo punto, non sembrava mai paga delle frustate che mi dava sulla schiena. E quando il panico mesceva l’incapacità di trovare valore e senso ad ogni passo, è successo che le vertigini volessero prendere il sopravvento sulla gravità. Che volessi provare anch’io le brezza di volare.

Tu lo hai fatto. Io sono stato più vigliacco.

Tu lo hai fatto. Io sono stato più coraggioso.

E ora siamo in due punti opposti dello stesso universo vuoto.

Io da solo su una panca gelida. Tu disperso nei frammenti che ognuno di noi porterà con sé.

Noi siamo in punti opposti ma non siamo mai stati tanto vicino. Non ci hanno accumunato solo gli studi, i volti, i luoghi ma anche quel balcone. Tu non lo sai, ma io ti tengo la mano. Stringo le mie dita intorno alle tue per trattenerti ancora. Non ci riuscirò. La tua voglia di volare è troppo grande. Le mie falangi troppo fragili. E allora te andrai in silenzio e, dopo l’orrore, noi ti seguiremo a distanza. E nessuna lacrima, nessun dolore, nessuna fragilità potrà offuscare il ricordo. Ci saranno solo parole. Parole d’amore. E che nessuno dica altro.

Né oggi.

Né mai.

Marcello Affuso