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Eroica Fenice

Il giorno in cui piantarono alberi di metallo

‘No! Non voglio che il mio cognome suoni in modo volgare! Il giorno in cui sarà pubblicato il mio primo libro, sulla copertina dovrà campeggiare un nome affascinante, dal sapore esotico. Bene, ora non mi resta che scrivere il romanzo’.
Questi sono, all’incirca, i miei pensieri quando mi chiudo nel mio cabinet de travail; è qui che vengo folgorata dalle idee più brillanti che mi affretto a trasferire su qualsiasi pezzo di carta mi trovi fra le mani.
Stamattina, ad esempio, il mio cervello è in pieno fermento: mi chiedo come sarebbe la mia giornata e quella della compagnia di scrittura se, invece che nel 2014, vivessimo nel 1914; subito immagini e parole mi si affollano nella mente.
Sono le sedici di un pomeriggio d’ autunno, accendo il lume a petrolio ed inizio a prepararmi. Poi, corro in strada, nella speranza che l’omnibus R2 passi alla svelta; eccolo, affollato come sempre. Pazienza! Sopporterò che l’ala del maestoso cappello della dama in abito lavanda mi distrugga l’ acconciatura, ma guai ad arrivare in ritardo al salotto letterario!
I cavalli, oggi, trottano che è un piacere; sì, preferisco viaggiare ancora così: il nuovo omnibus elettrificato mi fa paura e, anche se è senza dubbio più veloce, lo evito.
Scendo e, scansando prudentemente i mucchi di letame che in questa città, abbondano, arrivo all’accogliente libreria che ospita i nostri incontri, calda nei suoi ripiani di quercia e odorosa di edizioni rare.
Nel salottino mi salutano le languide dame e i giovanotti dai baffi arditi adagiati sui canapè.
Nell’attesa dei ritardatari, il commendator de Franciscis solleva il viso preoccupato dal giornale e ci comunica il timore che l’Italia decida di partecipare al conflitto, sconvolgendo, così, anche i nostri sereni pomeriggi letterari.
Ma ecco apparire il duca Fanelli Ripa; reduce da chissà quali intrallazzi nel suo pied à terre di piazza Carità…
Stop, devo correre a fermare sulla carta la mia prosa ispirata, altrimenti vola via.
Sono una nostalgica, si sarà capito, mi servo del computer per comodità, ma tornerei volentieri al tempo delle pene d’amore vergate col pennino sul diario segreto.
Immersa nel mio sogno ad occhi aperti, vado in cucina, accendo distrattamente il televisore e delle crude immagini si insinuano nella nuvola in cui mi sto aggirando: la telecamera zoomma su pezzi di amianto, pile scadute, televisori squarciati, pezzi di computer che spuntano dal terreno riarso; immagino una mano diabolica che innaffia di acqua contaminata tutto questo squallore, nell’attesa di veder spuntare alberi di metallo scricchiolanti nell’aria mefitica.
Mi chiedo su quale angosciosa carta scriverà il mio pennino il giorno in cui gli alberi veri, quelli di legno e foglie, spariranno. Immagino, con terrore, un mondo in cui i libri finiranno bruciati dalla fiamma ossidrica dell’abbrutimento.
Poi mi guardo allo specchio, dove il vago sorriso si è trasformato lentamente in una smorfia di cenere.

AnnaMaria Montesano è nata a Napoli. Ha insegnato Lettere nella scuola media

– Il giorno in cui piantarono alberi di metallo –