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Eroica Fenice

Defunti e non angeli

Angeli? No, defunti. Una riflessione

Sono arrabbiata.

Sono stanca di sentire e leggere molto spesso la medesima espressione, in molti contesti in cui mi trovo, riferita a tutte le persone che hanno subito la stessa sorte.

Le persone decedute non sono angeli. Sono morti!

E questa non è una mancanza di rispetto o un tentativo di non celebrarne la vita. Assolutamente no! È la constatazione di un dato di fatto.

Non c’è assolutamente niente di male, di malsano o di improprio nel chiamare le cose col proprio nome. Definire angelo chi non c’è più non lo riporterà in vita e non gli farà guadagnare il paradiso. Se la vita è un’onda che sfida incosciente un’immensa distesa d’acqua e la morte è il momento in cui naturalmente quest’onda riguadagna la riva in cerca di requie, pur tuttavia ci sono età in cui non è assolutamente concepibile che qualcuno ci lasci, tragedie per cui non è possibile trovare una spiegazione, un senso.

Una. Sola. Ragione…per cui qualcuno non saprà mai cosa sarebbe potuto diventare ma, in qualche modo, non è più con noi.

Quando si osservano i quadri, tra noi e la tela c’è la mano del pittore, la sua esperienza, la sua vita, la nostra vita, una miriade di percezioni. I soggetti dipinti non ci apparterranno mai veramente, per quanto la loro vista può toccarci, perché troppo lontani da noi.  Scrutati, bramati, sublimati. Ma mai parte di noi.

Questo avviene quando idealizziamo i nostri defunti chiamandoleangeli”. Ciò non li renderà migliori o peggiori di quello che sono stati. In vita hanno avuto gioie e dolori come noi, pregi e difetti come noi, hanno sbagliato, hanno avuto fortuna, ci hanno reso la vita impossibile o magari ci hanno salvato. Il fatto che siano morti non li rende meritevoli. Non li rende degni di compassione più o meno di chi è invece sopravvissuto. Ce li rende invece distanti. Come i soggetti dei quadri.

Solo noi possiamo decidere come conservare il loro ricordo.

L’idea di “angeli” falsa ciò che loro sono stati e, infatti, quante volte delle persone care che ci hanno lasciato noi ricordiamo solo i lati positivi? La maggior parte. L’affetto che nutriamo per loro incornicia le nostre memorie della tela della benevolenza che non copre per intero tutto il loro vivere tra noi ma non ci importa. Perché ci mancano. Perché il nostro cuore piange. Perché non siamo capaci di vivere senza di loro. Perché noi siamo sopravvissuti. Noi non siamo ancora morti. E siamo arrabbiati. Addolorati. Non abbiamo più voglia di vivere. Ma continuiamo a vivere!

E allora perché non ricordarli come esseri umani?

Gli angeli sono entità spirituali al servizio di Dio, immortali e perfette.

Ecco: perfette!

Noi siamo terreni, totalmente imperfetti e questo è il nostro tratto distintivo.

Il nostro essere speciali, unici, la nostra maggiore risorsa è la nostra compiutezza. Ma quando ricordiamo le persone scomparse, ad un tratto volontariamente le allontaniamo ancora di più da noi perché assegniamo loro dimensioni quasi di mito. Questa è una dinamica di difesa che adottiamo perché la mente umana dimentica che la clessidra che è la nostra vita si esaurirà; perché la società moderna è poco capace di confrontarsi lucidamente con l’idea della morte, che dà scacco matto al suo concetto di onnipotenza; perché l’elaborazione del lutto non è una questione fisiologica, che si sana col tempo, bensì viscerale, che non si sana; e perché, conservando il ricordo dei defunti spogliati da ogni lato negativo e valorizzandolo, pensiamo di onorarli.

Ma perché valorizzarli? Non ne hanno bisogno. Prima ed ora hanno fatto parte di noi, del nostro mondo. Li abbiamo amati, abbiamo sofferto con e per loro. E forse anche per noi, quando se ne sono andati. Io non voglio ricordarli come gli angeli che non sono e non saranno mai per me. Io voglio ricordarmi delle persone umane, imperfette, che hanno avuto posto nel mio cuore e che lo fanno battere ancora oggi.

-Angeli? No, defunti. Una riflessione-

-Angeli? No, defunti. Una riflessione-