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Eroica Fenice

Bagliori turchi: suggestioni di Istanbul

Bagliori turchi: suggestioni di Istanbul

Bagliori e suggestioni di Istanbul

Il pelo dell’acqua tremava leggero tra il Bosforo e le ultime nuvole e il cielo s’arroventava di mille braci orientali, di incenso e cannella, in quell’estate di qualche anno fa: fu un’estate turca, fu un’estate isterica, fu un’estate di spezie e vapori, in quell’Istanbul così pericolosamente familiare.

Sfilacciare il grembo di Istanbul per immergersi nel suo grande corpo, accarezzare quella pelle ruvida che sapeva di muschio e grano saraceno e ritrovarsi nel suo ombelico, con i piedi nudi sull’asfalto rovente, per poi riaffiorare nel caos di un grande mercato. Quando la paura di viaggiare mi paralizza, ripercorro i fotogrammi di quell’estate turca: istantanee in seppia dall’odore pungente che rinnovano quel cordone ombelicale, che si srotolano consegnandomi il rosso dei papaveri e l’aria elettrica del Bosforo.

La mia Istanbul in televisione, al centro della carta stampata e virtuale, al centro del mio dolore e della mia impotenza, al centro di queste mie foto che sembrano non sapere più di nulla, stuprate nella loro innocenza e vomitate come materiale di scarto, che non contano più niente, incastonate nel magma della memoria che trattiene tutto come un telaio a trama fitta. Cerco di riconoscere in televisione la forma dei miei piedi nudi, ma la fiumana della storia mastica e ingoia tutto: quei luoghi, che sentivo miei, si trasfigurano in immagini chirurgiche ed asettiche, diventano la pelle morta di un processo che trascina con sé le scorie e purifica la memoria, si cristallizzano nel proprio bozzolo e si incarno nelle righe dei futuri libri di storia.

Riconoscere e riconoscersi in Istanbul

Mi specchio nelle foto di qualche anno fa, avevo i capelli più lunghi e più neri e giocavo a perdermi nel Gran Bazar di Istanbul, che si snodava come un serpente dalle squame luccicanti e tentava di mordermi. Osservavo quell’oro così giallo che mi bruciava le pupille, talmente giallo da sembrare finto, affondavo i polpastrelli tra le spezie esposte e tastavo i profumi dell’antica Costantinopoli, mentre gli incensi e i fumi bruciavano in quell’atmosfera violacea e surreale.

Toccavo le sciarpe, i veli e i mantelli, mi lasciavo consigliare a gesti dalla venditrice che aveva gli occhi color sabbia e mi avvolgevo nella seta color acquamarina. Correvo ad affacciarmi su quel braccio di mare che urlava le storie dei sultani, immaginavo le loro regge e intravedevo in filigrana i profili ottomani, mentre il Bosforo divideva come uno squarcio i due volti della città, quasi come il taglio sul volto di un’odalisca che ha il ventre accarezzato da due continenti. Asia ed Europa, due differenti lembi di terra e di carne che si sono radicati anche nel mio stomaco, perché quando torni da Istanbul ti senti nomade, ti senti ottomano, europeo, ti senti arabo, ti senti cittadino dell’universo e ti senti il sangue pulsare al ritmo dei tamburelli del bazar. Non sai più chi sei e impari ad addomesticare il tuo dolore che va di pari passo col tintinnare dei braccialetti che hai preso a Sultanhamet.

Ricordo Ayasofia, che vestì le sembianze di cattedrale cristiana di rito bizantino, sede patriarcale greco-ortodossa, cattedrale cattolica, moschea e infine museo, ricordo le sue cupole imponenti che indicano la Moschea Blu e i suoi sei minareti che si stagliano quasi a bucare il cielo. I giochi di sole, viola e cristallo che filtravano nella sala della preghiera, i piedi nudi e le preghiere che addomesticavano il silenzio e il dolore e i timbri vocali che si rimescolavano in modo sanguigno e si intrecciavano con le maioliche e le pareti.

Istanbul m’è rimasta piantata dentro come una lama, come una cicatrice nel punto più segreto del corpo, che non mostri mai a nessuno, una cicatrice che si espande e si rimargina col tempo. Rivedi il volto di quell’odalisca tagliata in due dal Bosforo in televisione e quasi non la riconosci: una volta ti sorrideva placida, ora la rivedi solo negli incubi e non sai se potrai più tornare a porgerle un fiore.

Come in quell’estate isterica. Arriverà il momento in cui tornerai a riportarle quel fiore che ti ha donato, e a consolare le lacrime che le deturpano il volto, regalandole le farfalle che hai visto nascere in quel tramonto antico di Bisanzio.