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Eroica Fenice

Salute mentale

Buona giornata della salute mentale, a voi che ancora ne avete

Oggi, 10 ottobre, ricorre la 24esima giornata mondiale della salute mentale.

Niente di meglio che celebrare questo giorno aprendovi le porte del nostro manicomio virtuale. L’orario di visite sta per terminare quindi siete pregati di leggere tutto d’un fiato. Pronti?
Immaginate pareti bianco latte, pavimenti lucidi, infermieri ed infermiere che passeggiano accanto a voi indossando camici lunghi fino alle caviglie ed espressioni meste. I loro passi, il rumore delle loro scarpe in marcia, scandiscono il tempo nei corridoi.
Immaginate urla. Stridule, assordanti. Urla di donne e di uomini che si sovrappongono l’una all’altra, si mescolano e si perdono. Un unico grido, vorrebbe raggiungere il cielo ma si infrange contro i soffitti alti. Una voce in gabbia. Voi, benvenuti nella gabbia.

Stanza n.1
Paziente. Sesso: Donna. Età: 35 anni. Malattia: Sindrome di Cotard.
È lì, davanti a voi, in piedi in un angolo della stanza. Fissa la parete di fronte. Osserva senza vedere. Muove le labbra come in una cantilena silenziosa. Dalla bocca non sfugge alcun suono. Ogni voce è intrappolata nella gola. Non parla, non mangia. Si limita a respirare, involontariamente. Se i suoi polmoni potessero dipendere da lei, rimarrebbero vuoti in eterno. Non respirerebbe, perché non penserebbe di averne bisogno. Nel suo mondo, lei è morta. In seguito ad un incidente aereo al quale è sopravvissuta, la paziente si è convinta di essere in realtà deceduta. Sostiene di sentire l’odore del suo corpo in decomposizione e d’aver perso tutto il sangue che un tempo le scorreva nelle vene. Rinchiusa in un limbo ed esclusa dal regno dei cieli. Espia le sue colpe pregando notte e giorno, sperando che un giorno Dio le consenta di uscire di lì.
Non ditele che solo il primario ha il potere di farlo. La ferireste. Il rispetto per i morti è la prima cosa.

Stanza n.2
Paziente. Sesso: Uomo. Età: 30 anni. Malattia: Sindrome dei doppioni.
Entrate pure, nemmeno si accorgerà che siete qui. È seduto su uno sgabello, dinnanzi ad uno specchio. Guarda se stesso nel vetro. Guarda qualcuno che non è lui ma vuole assomigliargli. Ci prova e non ci riesce. Non può riuscirci, anche se gli ha rubato l’aspetto, anche se gli ha copiato l’immagine. Il paziente fissa il suo nemico e il suo nemico è nello specchio. Il suo doppione è il suo nemico. Come un cane lui sta a guardia. Abbaia a se stesso, impedendogli di uscire dalla cornice. Protegge la sua esistenza, impedendo al suo riflesso di rubargli vita, amore, casa, lavoro.
Se solo sapesse che tutto questo l’ha già perso… di certo azzannerebbe lo specchio.

Stanza n.3
Paziente. Sesso: Donna. Età: 64. Malattia: Sindrome di Charles Bonnet.
Capelli lunghi un tempo neri, ora sbiaditi. Sguardo sereno, sorriso sulle labbra. Seduta sulla sponda del letto ascolta una melodia. Non meravigliarti se tu non la senti. Nessuno la sente tranne lei. Guardale il piede, tiene il tempo. È stata una musicista un tempo, una pianista. Ora è un’anziana donna sorda e affetta da allucinazioni. Il suo udito ormai spento inventa suoni. Tra le pareti della sua testa, a volte, riecheggiano dolci musiche d’arpe e violini, altre, grida strazianti di bambini spaventati e di uomini e donne che piangono e corrono sotto le bombe. La follia non permette cambi di canale radio. Non ci sono tasti, non c’è regia. C’è solo il silenzio a cui non può sfuggire, le musiche e le voci da cui non può scappare.

Stanza n.4
Paziente. Sesso: Uomo. Età: 23. Malattia: Sindrome di Amok.
Non aprite quella porta. Questo non è il titolo di un film ma un consiglio, l’unico che io vi possa dare.
Avvicinatevi alla finestrella, guardate da lì. Lo vedete? È sdraiato a terra, con le braccia e le gambe spalancate, come fosse in croce. Calmo, immobile. Sembra quasi debole, vulnerabile. Sembra un bambino che gioca nella neve e si regala le ali di un angelo. Non c’è nulla di inquietante in lui, nulla di strano. Appare normale, un ragazzo come tanti e se quella fosse la sua cameretta e non una stanza bianca, allora nulla lo renderebbe diverso dagli altri. Sarebbe sdraiato sul tappeto, con un libro in mano e cuffie nelle orecchie. Lo so cosa state pensando. Dovrebbe uscire. So il desiderio che avete di mettere mano alla maniglia della porta, di togliere il lucchetto, di aprire la gabbia. Provate a bussare contro la parete, una volta soltanto, basterà.
Ecco, il ragazzo in croce si alza e grida, ha il sangue negli occhi e i pugni chiusi, digrigna i denti e non appare più debole, vulnerabile, calmo o immobile. Non appare più normale. In un attimo, l’ira. In un attimo, la follia violenta. In un attimo, la paura. La vostra, paura.

L’orario di visite è terminato. Siete pregati di avvicinarvi all’uscita.
Ci rivediamo il prossimo anno. Sarete graditi visitatori e, ancor di più, graditissimi pazienti.