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Eroica Fenice

Campione

Campione: esserlo correndo e cadendo

Semplicemente vincere.
Non ho mai avuto alternative. Ho rincorso la vittoria, ed è stato facile per me, sempre.
Il mio unico obiettivo era vincere, diventare il numero uno.
Ho vissuto tutta la vita in funzione di questo risultato: diventare il campione mondiale di ciclismo.
Non sarebbe stata una corsa come le altre, ma la gara più importante della mia vita. La strada mi era sembrata lineare come non mai: pedalavo in tranquillità, tenendo gli altri alle mie spalle.
Metri e polvere.
Mi abbeveravo alla borraccia, mentre lungo il percorso mi raggiungevano applausi e voci che incitavano il mio nome. Mi spingevano a non mollare nemmeno un metro, nemmeno per un secondo.
Fin da piccolo ho amato primeggiare; ci sono riuscito grazie al mio modo d’essere: energico e volitivo. Diventando adulto, invece, ho capito quanto sia difficile mantenere un primato, quanto bisogna lottare per difenderlo.
Dopo chilometri di rettilineo eravamo giunti dinanzi la salita: era lì ad attendermi, ma io non la temevo perché la mia preparazione atletica era eccellente così come la mia condizione fisica.
Scalare questa montagna sarebbe stata una passeggiata, superarla senza fiatone una certezza, allontanarsi da lei, un atto di superbia. Le gambe rispondevano allo sforzo, la pedalata infatti era diventata più energica e lunga; sentivo il cuore pompare forte senza esserne affaticato.
Ero a metà salita e mi sembrava già d’aver superato il peggio. Allora volgo lo sguardo verso la folla che mi acclama, mi lancia baci: coccola la mia vanità. Adulazione.
Ancora un po’ e avrei raggiunto la vetta di questa maledetta salita, e poi sarebbe stata tutta discesa. Poi un attimo di distrazione. Uno solo.
A volte uno è più che sufficiente…

Non è necessario vincere per essere un campione!

Mi sono lasciato quella corsa alle spalle, così come la delusione che mi ha avvelenato il cuore per lungo tempo. Ho la corazza dura e presto ricomincerò ad allenarmi: scalerò una seconda volta la montagna, senza commettere errori, questa volta. Devo solo rimettermi in sesto.
Ho gli occhi che mi bruciano: la luce che penetra dalla finestra m’infastidisce, allora chiamo l’infermiera suonando il campanello più volte. Urlo il nome di quell’infermiera del cazzo che sarà a fumare fuori con qualche altra stronza scansafatiche come lei.

Quando arriva si scusa, ma è tesa nei miei riguardi. Pretendo che mi presti la dovuta premura, perché devo guarire velocemente per riprendere gli allenamenti. La giovane mi guarda con occhi spauriti. Non credo nei miracoli, ma sul recupero del mio fisico non ho dubbi.
È sera, vorrei vedere un po’ di tv, non trovo il telecomando. Allora schiaccio il campanello: una, due, tre volte. La quarta volta attacco il mio dito al pulsante: che sia rimasto solo in quest’ospedale del cazzo?
Mi siedo nel letto, ma vengo assalito da forti vertigini che mi fanno distendere: sono ancora debole per mettermi in piedi da solo. Persa la pazienza, comincio allora a chiamare il nome di tutte le infermiere che conosco; infine grido aiuto affinché qualcuno, anche un malato, possa udirmi. Ma niente, nessuno accorre nella stanza.
Respiro profondamente e riacquisto la lucidità. Allora scopro le lenzuola, poi lancio un urlo e svengo.
Ancora un paio di pedalate ed avrei cominciato la discesa. È accaduto allora, la mia tronfia sicurezza mi ha fatto chiudere gli occhi per prendere fiato.
L’attimo successivo cominciavo a scendere, ma non sulla mia bici: ho perso l’equilibrio e sono volato dal sellino. Sono scivolato per metri e metri lungo quel ripido pendio, senza dire una parola, senza emettere un grido, senza nemmeno bestemmiare. Mentre rotolavo giù avevo un unico pensiero: non avrei vinto e non sarei stato io il campione del mondo. Tanti sacrifici per cercare di diventarlo e un solo istante per vanificare tutto.
Sono rimasto senza conoscenza per mesi. Il coma è questo: un continuo andare e venire tra la realtà e il sogno. Risvegliarsi, invece, è stato prendere coscienza dell’incidente che ho avuto. Sono quasi impazzito al pensiero di essere rimasto senza le mie gambe.
Gambe da campione, capaci di macinare una vittoria dietro l’altra.

Simona Vassetti

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