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Eroica Fenice

una città

Una città dentro al cuore

Una città nel cuore

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
(Cesare Pavese)

Una chiamata per un colloquio di lavoro in un’azienda di C. Una piccola azienda, ma sempre una gioia infinita dà. Una settimana dopo: “il colloquio è andato a buon fine. Assunzione a tempo pieno per i primi tre mesi, con rinnovo a tempo indeterminato.” Un sogno!

Avrei lasciato la precarietà, il disordine e il caos, l’inciviltà, la guida spericolata, i problemi.

Mi danno due giorni di tempo e faccio  l’errore di usare uno dei due per andare a salutare una città che porto nel cuore.
Vado a mangiare una pizza da S. e i camerieri si dimenano tra decine di richieste, tavoli, pizze e bibite, sorridono e scherzano con i clienti.
Percorro tutta via Toledo a piedi, ma faccio lo sbaglio di spingermi troppo in fondo, troppo avanti, passo davanti a quel bar così rinomato ma lo supero e vado nel vicoletto adiacente a prendere un caffè in un locale minuscolo gestito da un signore anziano, non ha più moglie e i due figli sono all’estero. 
Lo so, perché quando ci sono andata la prima volta, tre anni fa, mi ha raccontato tutta la sua storia e da quel momento ogni volta che passo di lì, quella è una tappa fissa.
Poi passo accanto all’infinita piazza, giro a destra, sempre in fondo, giro a sinistra e mi ritrovo davanti quella distesa di mare infinito e il sole caldo, e il lungomare, e i pescatori sugli scogli e Capri da lontano, e il Vesuvio a sinistra e comincio  a camminare sempre più veloce.
La gente mi guarda perplessa: in quella tranquillità, in quel sabato pomeriggio di quiete una ragazza cammina a passo spedito, senza fermarsi, sembra non sappia dove andare.
E infatti io non lo so, cammino su tutto il lungomare, fino alla fine.
Poi mi fermo e commetto un altro errore: prendo il cellulare (Maledetta sia la tecnologia!) digito su internet “C…”: immagini, guardo il mare di fronte a me, poi le immagini sul cellulare, di nuovo il mare, di nuovo il cellulare.

Mi viene in mente quando mi persi e un signore mi fece strada con la sua auto fino allo svincolo della tangenziale e poi tornò indietro perché lui non doveva prenderla la tangenziale. Penso a quando ho fatto tardi dal medico e dovevo andare a lavorare (lavoro precario, senza ferie) e una signora mi ha concesso il suo turno. E poi penso alla pizza, ai camerieri sorridenti, alla mozzarella, alla famiglia, alla sfogliatella, agli amici, al caos, alla guida spericolata, ai negozi aperti fino a tardi, al signore anziano del bar, all’inciviltà.

E decido di tenermi tutto, perché faccio l’ultimo errore di farmi fottere dalla nostalgia!

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