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Eroica Fenice

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Classico, un libro senza tempo

Potrei cominciare dicendo che un classico è un libro bello, oggettivamente e indiscutibilmente bello, ma sarebbe riduttivo soprattutto se si considera che ogni cosa è relativa e  che ogni lettura dipende dal flusso incessante di sensazioni che coinvolgono ed avvolgono chi legge.
Il rumore intorno troppo spesso rompe l’intimo e decisivo rapporto tra scrittura e vita, eppure, mentre sentiamo le parole scorrere sotto i nostri occhi, qualcosa sta cambiando. Ogni lettura ha il suo indiscutibile e personalissimo valore, certo, ma avete mai letto un classico? Cos’è un classico?

Ciascuno di noi, e per ciascuno intendo tutti, anche chi non ne ha mai letto uno, può cercare di rispondere (seppure intuitivamente) a questa domanda. L’ha fatto Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” e la mia vicina di casa che borbottando mi intimava: “come fai a leggere un libro così noioso? Lascia l’antico al passato!”. Non credo sia davvero necessaria una distinzione fra antico e moderno, chiarire quanto nulla potrà mai avvicinarci ad una cultura che sembra non appartenerci più o, al contrario, sentirci parte integrante di un processo storico – culturale che ha bleffato la morte regalandoci il prodotto di vite incredibili. Punti di vista, insomma.

Durante una lezione all’università ho ascoltato una definizione di “classico” che mi piace ricordare come un tentativo di commemorazione: “un classico è tale quando riesce a sintetizzare distillati scientifici, ideologici e religiosi di un’epoca. Quando porta un modello ai massimi livelli”. Eloquente eppure sembra il risultato di un forzato tentativo, quello di dare a tutti i costi una realistica definizione che chiarisca il concetto ma non il sentimento sulla pelle, il flusso dei pensieri, l’enfasi di una parola legata così perfettamente ad un’altra, il pathos.

Il mio libro preferito è un classico, il mio classico. Le città invisibili di Italo Calvino è un classico perché mi è stato assegnato all’università, perché è riconosciuto come tale. Le città invisibili è il mio classico perché, al di là del tempo, ogni sua città è anche la mia, perché ho smaltito nelle sue parole un enorme carico di nostalgia. Per provare ad averne un’idea considerate soltanto che ci sono cose che sfuggono alla razionalità e si fermano nel punto esatto dove il cuore pulsa più forte. So che non è possibile citarli tutti eppure Virgilio, Seneca, Dostoevskij, Shakespeare, Boccaccio, Petrarca, Dante (e potrei continuare all’infinito) sono davvero così lontani da noi? Così “noiosi”? Non è più noioso guardare una fiction di poco conto?

Un classico necessita del tempo che perdiamo, pretende di essere vissuto. Non posso dare una definizione, ma posso dire che mi riconosco in Zeno ogni volta che accendo una sigaretta: “che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità?”, che c’è nel mio modo di guardare alla ”civiltà” parte de “L’ingenuo” di Voltaire, nella mia debolezza la stessa di Orfeo e nel mio modo di sentire l’amore gran parte del sognatore de Le notti bianche. Posso dire che, accompagnando Dante nel suo viaggio, ho conosciuto il senso de “l’amor che move il sole e l’altre stelle” e posso dire di essere stata con Leopardi mentre guardava l’infinito. Tu, dimmi, sapresti descriverlo l’infinito?

– Classico, un libro senza tempo –

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