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Eroica Fenice

Cleopatra: storia di un emarginata

Cleopatra: storia di un’emarginata

Ci sono storie lasciate ad angoli di strade. Storie barbone, senza tetto, o senza penne che le possano raccogliere. Decisi di raccogliere questa, ma in realtà mi fu prestata. La trovai in una canzone.

Cleopatra: una storia vera

La chiamavano Cleopatra, era più alta di una trave, aveva le gambe lunghe come una modella da passerelle milanesi. Quando passeggiava sulla via del corso principale, gli uomini si giravano tutti, una calamita per gli occhi. Una calamità per le mogli.
Si vestiva come se dovesse sfilare sul Red Carpet. I tacchi a spillo bucavano l’asfalto e il culo sodo come quello di un uomo aderiva così bene al vestito da farlo scomparire, il vestito. Aveva unghie lunghe,  colorate di sgargianti colori pastello. Graffiava la libidine. Cleopatra se ne andava per le vie della città dondolando sui fianchi stretti lasciando scie di profumo, come una stella cadente.

Ma questo fuori. Dentro, dentro Cleopatra nessuno la conosceva. “Quella puttana” dicevano le mogli, quando la incrociavano. E se non lo dicevano, lo pensavano sicuramente. I mariti facevano finta di acconsentire, ma dentro di loro una fantasia smaniava. Però era vero! Cleopatra faceva la puttana. La puttana, sì.
Su quelle vie buie buie, che ogni città possiede. Quelle vie così nascoste che nessuno vede. Eh però, Cleopatra aveva una folta clientela. Avvocati, imprenditori, operai, studenti. La trovavi lì vestita succinta, con lunghe gambe brune e tacchi rossi. Si fermavano al ciglio della strada. Si accostavano auto di ogni tipo: Fiat Panda, Jeep, Mercedes, vecchie auto ammaccate. Lei non faceva preferenze, era lì per lavorare. Si accostava all’auto, si sporgeva, appoggiandosi sulla portiera col finestrino abbassato. E mostrava le tette. Se le era fatte a 18 anni compiuti. Già molto prima, verso i 12, capì che madre natura ci aveva visto male, non era maschio. Lei era una donna. Così compiuti i 18 anni si fece crescere il seno. Finalmente il reggiseno ebbe qualcosa da reggere. Poi più tardi fece la Orchiectomia e la Riconversione chirurgica sessuale. Ne venne fuori quel capolavoro. Così, mostrate le tette, il cliente la faceva entrare, qualsiasi prezzo andava bene. Tutti quelli che c’erano stati almeno una volta, non c’era niente da fare, ritornavano sempre.

Ma Cleopatra oltre a fare la puttana, cantava. Aveva una voce limpida e forte. Dolcemente rauca. Quella voce incarnava quello stesso contrasto che dentro la mordeva. Mario, che la conosceva da quando erano piccoli, gestiva un locale. Fu lui ad invitarla a cantare la prima volta. Erano gli inizi. Lei Stava cambiando. Una Kafkiana metamorfosi moderna. Mario osservava il suo amico dirsi amica, poi sfuggirgli, chiudersi in sé. Allora cercò di scardinare quel muro. Non ci riusciva sempre. Cleopatra si vestiva succinta, mostrava orgogliosa le tette, le gambe, il taglio degli occhi, le sopracciglia marcate. Voleva bestemmiare esistendo, tra il bigottismo di quelle strada, dove lei era cresciuta. Le persone, che conoscevano il padre, conoscevano la madre, l’avevano vista crescere, ora non la riconoscevano più. Per molti era il fenomeno da baraccone del paese. Sì, un pagliaccio. Allora, Mario, che sapeva quanto lei amasse cantare, la invitò al suo locale. Per la prima volta Cleopatra vinse. Dinnanzi alle stessa gente che si voltava, lei cantò soavemente. Così divenne la cantante fissa del Locale di Mario.

Nei weekend cantava, il resto dei giorni, faceva della propria carne la sua moneta. Il mattino acchittata, andava a trovare il padre. Il papà di Cleopatra era stato un rispettabilissimo Avvocato. Il suo studio era un museo. Un ritratto maestoso sopra la poltrona, raffigurava il padre, nonno di Cleopatra. E sulla destra, c’era il busto del duce. E poi si era ammalato, non aveva altri se non lei. Dopo averla ripudiata, cacciata di casa, odiata, se la ritrovava come unico baluardo.

Cleopatra la mattina, andava dal padre malato. L’Avvocato Falcone. Un tempo immenso oratore, che ora non riusciva più a parlare. Quando vedeva sua figlia entrare, però, ancora la odiava, per lui era un castigo. Ma Cleopatra, quel padre di cui era innamorata, lo accudiva con tutta la sua forza. Lui non poteva capire e questo lo scusava. Verso il pomeriggio, l’Avvocato Falcone sembrava sempre più sereno. I dottori dicevano di parlargli per tenerlo attivo. Allora in quelle ore Cleopatra si confidava con lui, parlava ad un sordo. “Ma tu ti ricordi a Mario? Eh. Quello mi fa cantare nel locale suo. Mi imbarazzo un po’, però mi fa piacere. Poi dopo rimaniamo sempre io e lui e finalmente ceniamo. Però non succede mai niente. Potrebbe, dirmi parole dolci… io mi scioglierei subito. Niente. Potrebbe… saltarmi addosso, io non mi opporrei. Però, niente. Ieri sera però, papà. Ci siamo baciati… eh lo so, Mario è fidanzato, tra poco si sposa… Ma ci siamo baciati”.
Poco dopo l’Avvocato Falcone morì, era un giorno di Novembre. Di quei giorni quando il vento si vuole mettere a parlare e bussa forte alle finestre e fa compagnia quel rumore. Un pomeriggio grigio bussò la morte. E il vento venne dopo, venne solo a dare le condoglianze.
C’era un parco sotto casa dell’Avvocato Falcone, giallognolo, vuoto. Ci andava spesso Cleopatra, anche stavolta era lì, rannicchiata a riccio, col mento perso nello sciarpone colorato. Scivolò una lacrima d’argento sul viso di Cleopatra. La gente, quando lo seppe, diceva che l’aveva fatto morire lei a quel poverino. “di crepacuore è morto”.

La stessa settimana, di sabato, Cleopatra andò ugualmente a cantare. Mario faceva finta di niente. Come se non si fossero baciati; come non fosse morto suo padre. Si comportava così, forse, per distrarla. Ma Cleopatra, poteva essere distratta solo con un bacio.

La follia dell’esistere

Passò l’autunno. Fu quasi Natale. Faceva freddo a stare al ciglio della strada ad aspettare uomini che non si amano. Ostentava ancora le sue lunghe gambe, ma coperte col calze nere. Il suo sguardo s’era spento un po’. Uno di quei sabato sera al locale di Mario, ebbe una notizia che non fu inaspettata quanto la sua reazione. Il cuore le implose nel petto.
“A Febbraio ci sposiamo” disse Mario, spegnendo la sigaretta. Silenzio.
“Bravo! Mi fa piacere per te. Perché tu la ami. È vero?”.
Erano tutti e due in piedi, fuori il locale. Allora Cleopatra non aspettò più. Lo baciò e fecero l’amore. Da lì in poi, successe tutto così velocemente, passarono dei giorni e poi una mattina Mario andò da lei. Lei era senza trucco e triste. Come sempre.
“Voglio vederti senza trucco” urlava Mario fuori la porta. Ma lei lo fece aspettare, poi gli permise di entrare.
“Che sei venuto a fare qua? Che c’è, non sei sazio?” disse Cleopatra.
“Basta recitare la parte della puttana. Basta a recitare questa parte che qualcun altro ti ha messo addosso! Vieni via con me. Non mi sposo più”.
La mente di Cleopatra era in fibrillazione, tremava. Il cuore batteva fortissimo, poi si stoppava, rischiava l’infarto, poi ripartiva. Mario, che lei amava, era fermo, con la barba incolta come piaceva a lei; i capelli neri e folti.
“Ma che stai dicendo?! Tu devi sposarti. Vuoi perdere tempo appresso a me?! Non ti conviene. Io faccio la puttana! Capisci?! Ho ucciso mio padre! Vengo con te, e dove ce ne andiamo? Tu c’hai il locale qua, che fai lo lasci?”.
Stava dicendo cose che aveva sempre pensato. Ma che allo stesso tempo non pensava affatto.
“Non possiamo stare insieme, Mario…” .
Cleopatra sapeva di mentire. Mario sapeva che Cleopatra mentiva. Cleopatra sapeva che Mario aveva capito. Ma nessuno dei due era in grado di mettersi contro il mondo, nessuno dei due aveva avuto la forza di sfidare le convenzioni e i ruoli stabiliti da una civiltà neanche poi tanto civile.
Cleopatra guardò la schiena di Mario e la porta che si chiudeva dietro di lui, poi sussurrò con un filo di voce: “ad un’altra vita”.