Seguici e condividi:

Eroica Fenice

omofobia

Colera allora, omofobia ora

Nulla turba a quindici anni quanto essere donna e amarne una.

A quindici anni io avevo solo quindici anni. A quindici anni avevo ben poco della donna. Non che sembrassi uomo, per carità, mai ho sognato di esserlo. Ero bassina, esile; sognavo reggiseni pieni ma tutto ciò che ricordavo erano le pareti che mi circondavano. A quindici anni i miei sogni di donna erano interrotti dal terrore di esserlo. Rincorrevo la crescita ma la strada che percorrevo era un susseguirsi di stop e semafori rossi che frenavano la mia corsa. E mentre io stavo ferma spegnendo il motore della mia macchina affinché il carburante non finisse, assistevo inerme allo scorrere dei giorni, incapace di agire. 

A quindici anni volevo avere quindici anni, sfuggire alle responsabilità che nulla avevano a che fare con l’adolescenza che, stancatasi precocemente della mia compagnia, mi ha catapultata nell’età adulta ancor prima che io me ne accorgessi. A quindici anni ci si fidanza, è l’età dei bacini, l’età delle prime pulsioni, l’età in cui s’intuisce che il corpo altrui ci sente e ci fa sentire sensazioni a noi sconosciute fino ad allora. Convinta che la sensibilità non fosse il mio forte, mi saziavo di baci di cioccolato perché i ragazzi per me non avevano sapore. Eppure le mie amiche erano felici: si nutrivano di labbra altrui riempiendosi la bocca di saliva, amore e fantasia. Alla saliva io preferivo il dolce: altro non mi restava che l’amaro di quei baci che mi si scioglievano sulla lingua e che non avevo neppure voglia di masticare, ormai. A quindici anni io giocavo: per me gli uomini erano un piacevole passatempo. Facevo in modo che riempissero le mie giornate, consapevole del fatto che mai sarebbero riusciti a colmare i miei vuoti. A quindici anni le mie coetanee erano felici, dovevo essere come loro. Ma la ricerca della felicità era un attentato alla mia identità, non ci riuscivo. 

Ad un tratto, lei, la mia migliore amica. Con lei era tutto diverso: stavo bene. Il mio mutismo finalmente aveva voce: parlavo. Il mio essere gelida e distante era divenuto calore: l’abbracciavo. Con lei, la gioia. Con lei, la paura. Il mio disinteresse totale verso il sesso maschile finalmente aveva una ragione: ero incuriosita dalle donne. Sono stati i giorni del terrore quei giorni. Costretta a chiudere qualsiasi tipo di rapporto con le mie amiche, ho cominciato ad abusare di una superficialità che mai mi era appartenuta prima di allora. Sì, non volevo che andassero oltre la superficie, credevo che non avrebbero capito, a tratti temevo che avessero capito tutto invece e che il fondo a cui sarebbero arrivate sarebbe stato lo stesso che avrei toccato. L’allontanamento dai miei affetti è stata forse la mia salvezza, la fuga tra le sue braccia certamente mi ha salvata. Così, a quindici anni ho scoperto l’amore. Quell’amore che ti fa rinunciare alla punta ripiena di cioccolato del cono gelato, quell’amore che ti fa mangiare i piselli a pranzo che mai hai mangiato prima. Quell’amore che se ti scaccoli e le lanci le caccole, ti ringrazia. Quell’amore che ti rende ebete, pesce lesso, fesso. Quell’amore per cui smetti di dormire la notte e ti addormenti il giorno sui banchi di scuola, quell’amore che ti fa scappare dall’aula per andare in bagno sapendo di trovarla lì, sempre. Io avevo la sensazione di giocare a nascondino a quindici anni: nessuno poteva vederci, nessuno doveva trovarci. Porte ben chiuse, muri, alberi, case, chiese: ci nascondevamo ovunque, ci trovavamo sempre. Perché noi non eravamo “come loro”, perché ciò che facevamo non era consuetudine, perché io non ero uomo e lei neppure. E così è stato amore, l’amore non ai tempi del colera: l’amore ai tempi dell’omofobia. Mi ripetevo che non sarebbe stato poi peggio vivere un amore ai tempi del colera: non ci stava uccidendo la malattia, erano gli uomini stessi ad attentare alle nostre vite. Intanto insieme ai giorni passava la voglia di essere come le mie amiche, ignoravo i sogni di normalità, sorridevo di fronte alla mia presunta anormalità. Ero me stessa ed ero felice. Perché non siamo corpi, perché ben poco m’importava della forma, ricercavo la sostanza. E la mia sostanza era la mia donna. Fosse stata un albero, un cane, una lavatrice, io l’avrei amata lo stesso. Perché reputarmi diversa? Perché convincermi che il mio amore altro non potesse che far rima con terrore? Mai avrei venduto la mia felicità alle pretese insensate della società. 

Non ho più quindici anni, ne ho ventiquattro. Sono scappata dalla mia gente, dalle montagne, dai bar del mio paese. Non vedo più pecore per strada, non sento gli uccelli al risveglio. Vivo a Napoli, da anni. Gli unici animali che vedo qui sono gabbiani e piccioni e i miei risvegli sono allietati da urla di signore e motorini. La presunta tranquillità dell’aria di paese ha fatto sì che io fossi tutt’altro che tranquilla tra quella gente. Ho fatto in modo di andar via, fuggire dalla terra in cui sono nata, dalle strade in cui chiunque mi conosceva perché l’unico bisogno che avevo era quello di imparare a conoscermi e smettere di essere riconosciuta. A Napoli ho smesso di sembrare: ho cominciato ad essere. Tra questi vicoli ho capito che il mio essere non crea malessere alla gente che mi circonda. Ora sono la donna che non ero a quindici anni: non ho più paura. Negli occhi porto l’orgoglio di chi ha vissuto anni di tormenti interiori affinché la gente riuscisse a capire che quando si ama, si ama e basta. Ho smesso di giocare a nascondino: ora spero che si nascondano coloro i quali hanno fatto nascondere me in passato.

Nulla mi rende felice a ventiquattro anni quanto essere donna e amarne una.

-colera allora, omofobia ora-

Print Friendly, PDF & Email