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Eroica Fenice

Come “Blade Runner” interpretò, indovinando, il XXI secolo

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…” 

Sono passati più di 30 anni dalla prima volta in sala del monologo più famoso del cinema.
Oggi abbiamo davvero  cose che nel 1982, anno di uscita nelle sale del capolavoro fantascientifico Blade Runner, non si potevano neanche immaginare.
Di certo non abbiamo le colonie extra-mondo, gli spinner – auto volanti simili a navicelle- o  gli androidi.
In compenso disponiamo di una stazione spaziale orbitante, di auto elettriche, di progressi enormi in campo medico-scientifico e di quella gigantesca rete multimediale, che è il web, che rende reperibile qualsiasi tipo di informazione, in ogni parte del globo.
La tecnologia non è mai stata così accessibile, la comunicazione multimediale mai così semplice ed immediata. Eppure è opinione comune che più ci avviciniamo gli uni agli altri con il filtro della realtà virtuale, più ci si allontana empaticamente dal nostro ambiente e, in pratica, subiamo uno scollamento dalla realtà; davvero un controsenso, se ci si pensa.

Ma la fotografia del nostro presente ci è stata consegnata tramite opere, sia letterarie che cinematografiche, del passato -forse in una chiave di lettura più cupa e distopica, certo- ma che non si discosta poi molto dalle grandi problematiche dell’era del web 2.0.

Il regista Ridley Scott fa parte di quella schiera di persone che volle dare il proprio contributo in proposito, dirigendo la sceneggiatura liberamente ispirata al romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” di Philip Dick, storia conosciuta anche con il nome di “Il cacciatore di Androidi” o con lo stesso titolo di “Blade Runner”.
Paradossalmente, la pellicola fu un vero fiasco nelle sale –  del resto il 1982 è stato l’anno di altri kolossal fantascientifici come “Tron” e, soprattutto, del rassicurante “E.T.” di Spielberg.

Allora gli spettatori non erano ancora pronti a calarsi nella inquinata e piovosa Los Angeles del 2019, un microcosmo dalle tipiche atmosfere noir ma che metteva in evidenza una metropoli multietnica e sovraffollata, dove, assurdamente, ognuno appariva estraneo agli occhi dell’altro.
In questo futuro distopico, la società è divisa in due: chi ha avuto la possibilità di andarsene da tutto ciò, ricominciando una nuova vita nelle colonie extra-mondo, e chi non ha potuto far altro che affollare le inquinate e buie strade cittadine. Inoltre, l’avanzatissima tecnologia ha permesso la creazione di esseri umani sintetici, i Replicanti, fisicamente perfetti, dotati di capacità intellettive superiori, limitati solo dalla brevissima aspettativa di vita- solo 4 anni- e dall’inconsapevolezza di avere ricordi non genuini, ma artificialmente impiantati. Un gruppo di replicanti Nexus 6, del modello più avanzato, diventa fuggitivo e fuorilegge, per raggiungere la fabbrica che li ha originati, la Tyrell Corporation, nella speranza di modificare la propria “data di termine”.
Questo è il palcoscenico in cui si muove il riluttante e corrucciato Rick Deckard, ex poliziotto dell’unità speciale Blade Runner, forzatamente richiamato in servizio per “ritirare”, cioè uccidere, questi “lavori in pelle”, gergo poliziesco con cui vengono apostrofati i Replicanti; in questa operazione egli verrà affiancato quasi sempre dal silenzioso e sinistro Gaff.
Tre decenni dopo, questo poetico e memorabile film ci fornisce input continui e spunti di riflessione attualissimi – dallo sfruttamento intensivo e l’inquinamento del nostro pianeta, alla multietnicità, alla mancanza di empatia tra gli uomini – fino a seguire veri e propri filoni filosofici – come i temi dell’esistenza e dell’identità umana.

All’apparenza del tutto simili agli uomini, ma privi di un vero e proprio soffio vitale, i replicanti del film sono alla ricerca di una propria identità, e quella dell’identità è, appunto, l’idea filosofica che permea tutto il film- sia che si parli di identità collettiva o individuale.

Nella storia, i Replicanti non anelano mai a sostituirsi agli uomini ma, anzi, sentono il bisogno di integrarsi con l’umanità stessa: hanno fame di vita, di esistenza e di dignità. La stessa fame di vita che hanno negli occhi persone che vivono ai margini della nostra società- i disoccupati in balia della crisi economica, gli immigrati che cercano di ricominciare altrove una vita migliore- persone quindi alla ricerca di qualcosa che si riconduce, sostanzialmente, al riconoscimento della propria dignità.

Queste persone confluiscono poi in quella folla che abita le nostre metropoli iper-moderne ma decadenti e sporche – non dissimili dalla Los Angeles in notturna del film, battuta da piogge acide quasi perenni- in cui è evidente la parabola discendente di una natura maltrattata dagli scarichi industriali, dallo sfruttamento agricolo intensivo e dalla diseducazione all’ambiente.

Guardando indietro, quindi, era stato già tutto raccontato, addirittura proiettato.
D’altronde, uno degli scopi non dichiarati della Fantascienza non è quello di prevedere il futuro, ma, a volte, di prevenirlo.

C’è da concentrarsi, a questo punto, sulla conclusione della storia.
Per quanto riguarda il film, c’è un finale originale – voluto dai produttori- più positivo e fiducioso, ma col quale Ridley Scott si trovava in disaccordo, ritenendolo non in linea con l’atmosfera del film. Più tardi, col restauro della pellicola, il film fu riproposto in una “Director’s cut”, con un epilogo più incerto e denso di interrogativi.
Che è, in fondo, ciò a cui stiamo andando incontro.

Come “Blade Runner” interpretò –indovinando- il XXI secolo. – Eroica Fenice