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Eroica Fenice

Come in un sogno


Tumore. Cancro. Neoplasia.

Quella mattina aveva scoperto che le parole erano importanti. Potevano riuscire a celare grandi drammi.

Da quel momento ebbe la consapevolezza dell’esistenza di due vite da vivere: una propria della sua adolescenza, l’altra senza età e necessaria. Uscì. Ripercorse a ritroso la stessa strada che l’aveva condotta a quella costruzione fatiscente e vide il sole.

Posso ancora osservarla mentre seduta su quel muretto si godeva il calore di quei raggi, ripetendosi: “Siamo una famiglia. Ce la faremo.” Le è sempre bastato poco per essere felice. Sono stato fortunato a conoscerla. Attraverso lei ho avuto la possibilità di vivere una moltitudine di vite diverse. Mi tenni lontano quel giorno. Era troppo distante nei suoi pensieri contorti.

Una notte mi fu concesso di tenerle compagnia in ospedale. Non dormimmo. Seppi che lei non lo faceva da tanto. Era impegnata ad osservare quanto buia fosse la notte. Il tempo le iniziò ad apparire sempre troppo breve. Restammo seduti su una panca nel corridoio del reparto. Inizialmente ascoltai solo il ritmo regolare dei nostri respiri, poi parlammo. Parlammo tanto.

Fu una notte strana. Ricordo che c’era un vento fortissimo che ruggiva tra i rami di quegli alberi decennali che sembrava fossero stati messi a guardia del cortile abbandonato. Ed è questo il racconto di quella notte senza tempo. Una notte dove mi rese partecipe delle sue uniche confidenze. La notte in cui la sentii triste. Ricordo ogni singola parola, ogni affanno, ogni pausa, ogni lacrima silenziosa. Ci abbracciammo stretti. Non volevo dimenticare il suo profumo.

Ho paura, sai?” Cominciò così. Non le chiesi nulla già sapevo cosa stesse per aggiungere e aspettai il fiume delle sue parole, volevo essere travolto dalla sua voce.“Ho paura.” ripetè  “E se dovessi morire? Mi dimenticheranno? Le persone che amo mi dimenticheranno. Ed è anche giusto che sia così. Non si può vivere in un’eterna sofferenza. Ma io? Io come farò? Resterò sola. Sai, ho cercato di immaginare il dopo. Spero sul serio che tutti quei racconti sull’aldilà siano veri, almeno potrò non dimenticarmi di voi. Io ho bisogno di voi anche di là.

Non riuscivo a risponderle. Percepivo il suo realismo, il suo cinismo, ma soprattutto la sua sofferenza. Era la notte in cui si spogliava di tutte le sue sicurezze e per la prima volta si mostrò così com’era: fragile. Aspettai che ricominciasse a parlare e l’attesa non durò molto.

Ho un sacco di cose da fare. Ma sai che devo ancora innamorarmi? Che devo ancora essere amata? E se non dovessi avere abbastanza tempo per poter fare tutto?” Erano domande che fortunatamente non esigevano una risposta perché non avrei saputo cosa risponderle se non ripeterle tutte le belle storie che si era già raccontata da sola un milione di volte. Un milione di volte più una non avrebbe fatto la differenza. L’abbracciai più forte. Si allontanò. Mi guardò con quei suoi occhi che non saprei come definire, solo lei poteva guardare così, mi guardò come se volesse scavarmi fin dentro le viscere. Non so cosa stesse cercando, forse riposte, certezze. Si riabbandonò al mio abbraccio come un’esiliata. Rimanemmo lì senza pretese. Immobili. Ascoltai il suo respiro farsi sempre più affannoso, finché non si sciolse in teneri singhiozzi; ma sapevo che le parole non erano terminate.

L’alba era lontana. Il ruggito del vento fu ancora una volta interrotto dalla sua voce un po’ più squillante. Le succedeva sempre quando iniziava a sentirsi in difficoltà. Era una variazione del tono impercettibile ma erano proprio queste variazioni a renderla unica ai miei occhi.

Tu resterai con me, vero? Potrò abbracciarti per sempre? Anche se il per sempre dovesse essere per qualche altro mese? Mi abbraccerai per tutto il resto del tempo? Ricordati che non voglio una bara bianca. E, per favore, portatemi tante rose rosse. Ne voglio proprio tante.”

La guardai severamente. Stava esagerando. Sapeva che quei discorsi non mi piacevano per nulla. Così, all’improvviso stette in silenzio, mi guardò di nuovo, tristemente, come se avesse già presagito quello che sarebbe successo. Ormai, non si fidava più della durata delle cose belle. Anche io, quindi, avrei avuto una scadenza.

Ed aveva ragione. Non l’abbracciai per sempre. Non mantenni le promesse. Andai via prima. E morì, ma non morì lei. No. Morì la dolcezza di quella notte. Molti anni dopo, la incontrai, non mi riconobbe, o forse non mi vide. Mi resi conto che per le donne come lei, la malattia era stata un incidente di percorso. La vita era quella che decideva di vivere ad ogni bivio. Adesso sapeva risorgere dalle ceneri.