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Eroica Fenice

era una casa molto carina

Era una casa molto carina

Era una casa molto carina, senza soffitto, senza cucina. Non si poteva entrarci dentro perché non c’era il pavimento. Ecco: era questa la mia casa. Avevo scelto di viverci non perché fosse bella, comoda o pratica ma per l’esatto contrario, perché nell’istante in cui i miei piedi hanno calpestato la dissestata pavimentazione, hanno avuto voglia di percorrere sempre più il sentiero di quelle mattonelle spaccate dagli anni e corrose dal tempo. Ho scelto consapevolmente di inciampare, cadere e farmi male. Nella mia casa non c’era soffitto: nella bella stagione vivevo al sole. Ma l’inverno arriva anche nelle migliori famiglie e fu allora che ebbi la voglia di cercare riparo altrove. Non c’era la cucina ma c’era il cibo e per me non era importante cucinare ma mangiare. Non c’erano mobili, non esistevano angoli sui quali poggiare gli oggetti; non c’erano divani, non esisteva che io poggiassi il mio corpo sulla superficie morbida magari piazzata davanti ad una belle televisione, presente in ogni casa altrui. Non c’era il letto, ragion per cui la notte, insonne, adagiavo il mio corpo al suolo, tra la polvere, i ragni e i mostri ai quali la fantasia dava forma in quel tetro scenario. Non c’era nulla nella mia casa, non c’era comodità, non c’era modo di riposare, non c’era tregua. Si viveva male di giorno, si sognava di vivere bene almeno la notte. Ero stata incosciente: spinta dall’istinto, dall’odore di quelle quattro pareti, dalla forma stramba delle porte, dal suono della mia voce che rimbombava in quegli spazi vuoti, avevo scelto di spendere i migliori mesi della mia vita in un posto in cui neppure una bestia avrebbe cercato riparo e sarebbe sopravvissuta. Ci illudiamo di non avere bisogni, azzeriamo le nostre esigenze pur di assecondare i nostri istinti primitivi e le nostre antiche voglie.

Era una casa molto carina, senza soffitto, senza cucina

Non fu l’inverno a farmi fare i bagagli, non fu il freddo a farmi andare altrove. Avevo i piedi in sangue, le ossa corrose dal freddo, la pelle seccata dalla polvere. Con le occhiaie non vedevo più i miei occhi, con la carne non percepivo più calore. Poteva quella esser vita? Dopo un anno e mezzo di permanenza, mi diedi alla fuga. Nonostante la mia condizione psicofisica m’impedisse di camminare e volgere lo sguardo altrove per cercare, l’istinto di sopravvivenza aveva finalmente preso il sopravvento in me. Fu così che trovai una nuova dimora: accogliente, calda, con mobili, letti, pavimento, divano. C’era perfino la lavastoviglie nella mia nuova casa! Ci vissi tre mesi, illudendomi di star bene. Non mi mancava nulla, avevo finalmente tutto ciò che io potessi desiderare. Ma la sera, ogni qualvolta rilassavo il mio esile corpo nel letto e mi abbandonavo alla morbidezza del mio piumone, ripensavo all’anno e mezzo vissuto nel nulla più totale.

Perché quando abbiamo tutto, ci manca il nulla che avevamo prima?

Siamo esseri masochisti o forse non abbiamo bisogno di possedere agi e comodità per stare davvero bene? Sto bene quando non ho nulla, quando sento freddo, quando mi addormento male e mi risveglio peggio. Non lascerò mai più la casa vecchia per quella nuova, perché so quello che lascio e so bene anche quello che trovo. Arrediamo le case in cui viviamo piuttosto che scappare altrove, perché, per quanto possiamo sforzarci, altrove non ci sentiremo mai a casa.