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Eroica Fenice

“Fare il napoletano” conviene ma “essere napoletano” è ben altra cosa

La mattina del 7 gennaio ho avuto, d’un tratto, l’improvviso bisogno di prendere una boccata d’aria. Sono uscita di casa, era circa mezzogiorno, e ho percorso per un po’ la zona in cui, nel mio quartiere, si organizza ogni giorno il mercato. Tra Via Don Luigi Sturzo e Via Antignano, al Vomero, c’è un tratto chiuso alla circolazione delle autovetture (i motorini si sa, a Napoli riescono a passare ovunque). Mentre camminavo ho notato che da un’auto obbligata a fermarsi, è sceso un signore che ha cominciato ad indicare al conducente che percorso avrebbe dovuto fare per riuscire ad aggirare l’ostacolo costituito dalla strada bloccata. Il signore col cappotto sbottonato sembrava familiare. Ci ho pensato su e l’ho riconosciuto: era Giacomo Rizzo.

L’attore napoletano ha una lunga attività teatrale e cinematografica nel suo curriculum e, senza alcun dubbio, il film che l’ha maggiormente consacrato agli occhi del grande pubblico è stato “Benvenuti al Sud” nel quale interpreta il ruolo di uno degli impiegati delle Poste Italiane, “Costabile Grande”.

Procedo per la mia strada quando la voce di Rizzo mi arriva alle spalle, gli sento dire con fare infastidito e risentito: “Una città allo sfascio“.

Mi giro e lo vedo osservare in malo modo la caotica situazione creatasi in strada.

La mia educazione, e probabilmente  anche un po’ la mia timidezza, mi hanno impedito di rispondergli. Una frase del genere, pronunciata con quel classico tono saccente di qualcuno pronto solo a criticare, lascia ben poco spazio a delle libere interpretazioni.

L’attore si è trovato dinanzi ad una strada in cui il passaggio era interdetto se non ai pedoni, si è infastidito perché è stato obbligato a proseguire sulle proprie gambe e ha offeso una città già sfregiata nel profondo. E’ probabile che i suoi impegni di artista e l’aver trascorso le vacanze natalizie chissà dove, gli hanno impedito di ascoltare i telegiornali e di seguire le vicende della propria città.

Quel tratto di strada è bloccato perché una persona è deceduta alle ore 23:54 del 31 dicembre. Un anziano signore, Giuseppe Lombardi, è stato scaraventato in strada dall’esplosione avvenuta nella sua abitazione. Tutte le famiglie dell’intero edificio sono state allontanate per constatare l’eventuale presenza di danni strutturali.

L’interruzione della circolazione del tratto stradale è quindi stata indetta per un motivo più che valido. Motivo che, però, non è sembrato affatto interessare all’attore.
Rizzo sembra aver perso (almeno) un tratto tipico dell’essere napoletani, quello di fermarsi per strada a chiedere per sanare la propria curiosità affamata, quello di far parte e di sentirsi parte della gente, quello di preoccuparsi per qualcuno che nemmeno si conosce ma per cui ci si dispiace solo perché è un “compaesano”.

Eppure Rizzo lavora e guadagna con l’immagine del napoletano, o no? “Benvenuti al Sud” gioca totalmente sullo stereotipo del napoletano, del meridionale. O no?

A quanto pare, fare il napoletano conviene al proprio portafoglio ma essere napoletano diventa un disonore, una vergogna da nascondere.

E allora è qui che nasce la riflessione: Quale immagine di noi e della nostra città stiamo trasmettendo? Preferiamo svenderci piuttosto che mostrarci per quello che siamo? Cosa facciamo per rendere onore alla nostra dignità partenopea? Quanto tempo impiega un napoletano a tranciare il cordone ombelicale che lo tiene legato alla sua città?

Napoli ha dato i natali ad innumerevoli artisti, ma quanti di questi sono davvero rimasti “napoletani”? Quanti hanno preferito restare in una città martoriata e ferita piuttosto che vivere il successo in metropoli più “in”?

Napoli è Arte, ne è espressione in ogni contesto storico e in ogni campo artistico. Questa città è una realtà parallela, fine a se stessa proprio perché unica e non c’è schema o sistema in cui possa rientrare. Con i suoi pro e i suoi contro, Napoli è figlia degli scontri e degli incontri culturali che l’hanno plasmata nelle stratificazioni temporali della sua lunga vita. Napoli è figlia di un male oscuro insito nell’animo umano da cui è stata sempre influenzata, è stata la passionalità e non la razionalità a disegnarla.

Chi non respira la sua aria, chi non vive la sua anima tanto affascinante quanto tenebrosa, è un orfanello sperduto che ha dimenticato se stesso.

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