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Eroica Fenice

“Franca, aiutami”: Dario Fo e Franca Rame

“Quando non so cavarmela, mi viene l’istinto di sussurrare: Franca, aiutami”. La bocca di Dario Fo è sempre stata piena del nome di Franca, l’unico nome che la sua lingua abbia mai saputo articolare per davvero. Gli amori che si nutrono di carta, letteratura e teatro, bisogna masticarli piano, come tutte le cose sacre, perché si corre il rischio di non godere appieno del loro groviglio di umori, nervi e contrasti, perché Franca è stata l’unica divinità del cangiante Fo, l’unico colore fisso e perpetuo della sua tela grondante di sfumature. Se avesse potuto erigere un altare, il giullare Fo lo avrebbe eretto sull’ombelico della sua Franca, incidendolo col suo inchiostro, perché anche le lacrime tra loro avevano il sapore del calamaio. Lo stesso miscuglio viscerale di sangue e inchiostro che impastarono Dino Campana e Sibilla Aleramo, o forse lo stesso odore di pagine ingiallite di Moravia e Morante, e di tutte le coppie che intrecciarono i loro amplessi sul ruvido della carta stampata.
Ma Franca e Dario erano rivoluzione, erano la rivoluzione che irrompe dalla bocca dello stomaco e ti fa urlare di essere vivo, erano il rischio di essere vivi da sentirsi male. Un bacio contro il muro fissò l’inizio del loro legame sessant’anni fa, e fu Franca a prendere l’iniziativa. Sapeva bene cosa voleva, armata di una bellezza spaventosa e sovversiva e di una cultura sconfinata, appresa dalla sua famiglia di teatranti. Giocarono a inseguirsi per molto tempo, Dario finse di ignorarla ma lei, profondamente offesa nell’orgoglio, gli fece pagare la colpa di non averla notata prima. Come poteva permettersi di non vederla? Era una sorta di Madonna pagana sulla scena di quel teatro, era una creatura fatta di plasticità e carisma, che riusciva ad addomesticare la platea solo con un cenno di mano, e non accettava l’indifferenza di quel ragazzo del Lago Maggiore, apolide tra l’Accademia di Brera e le tavole del palcoscenico. Ma in realtà lui s’era innamorato delle sue labbra da quando aveva visto una sua foto in bianco e nero: quell’immaginetta sbiadita prese corpo e divenne ben presto il volto in seppia della sua musa.

Franca: la sua musa, la sua passione, la sua nube, il suo tutto. Un amore simbiotico

La musa Franca penetrò nelle fessure di Dario, fino ad invadere ogni gemito d’arte da lui prodotto, fino ad incarnarsi nei suoi testi e a palpitare nei suoi quadri. Un rapporto simbiotico e sanguigno, tanto da non riuscire più ad avere la percezione dei contorni dei loro singoli corpi e delle singole menti: i due si districarono tra la vita vera e quella fissata sulla carta, tra il teatro e i sussulti della realtà, ma l’amore fu l’unica maschera che non si stancarono mai di portare, tanto da fonderla con i propri tratti somatici. Non ci fu mai bisogno di spogliarsi, perché furono sempre nudi l’uno con l’altra, nudi nella propria umanità, nei propri fallimenti, nelle proprie brutture e nelle svariate tempeste di sessanta lunghe stagioni. Dario Fo, Premio Nobel, giullare sovversivo, drammaturgo, attore plastico, autore e personalità capace di reinventarsi e di reinventare, sbeffeggiando politica, sfruttati e sfruttatori col suo miscuglio di lingue padane e grammelot, diventava un animale mansueto come non mai di fronte alla sua Franca. Solo lei riuscì a farlo sentire impotente e inutile.
Me li immagino così, Franca e Dario, quella sera a teatro. Lui nascosto dietro le quinte, coi pugni serrati, e lei sul palco, pronta ad offrire i suoi mille volti al pubblico per svuotarsi da quella bestia che da anni le sfilacciava il grembo e le comprimeva il respiro: la violenza sessuale di gruppo del 1973. La sua bestia, la sua croce, il suo incubo. E mentre l’uomo che la amava follemente la sentiva sillabare parole di orrore, lei si liberava e si purificava come una colomba che si scrolla la sozzura dalle ali. Quelle ali da donna forte e fiera, vigorosa e vera. “Un amore assoluto, sconfinato e traboccante”. Così ne parlava Dario, mentre mangiava la polvere del dolore, quando sentì il suo baricentro sporcarsi e le tegole del suo mondo cadergli addosso. Lei fu la prima dei due ad uscire di scena, nel 2013, e Dario non smise nemmeno per un istante di continuare ad alimentare quell’altare che aveva fondato sessant’anni prima sull’ombelico di Franca. Al di là delle stagioni, delle battaglie condivise, delle burrasche, lui continuò ad averla fissa nelle pupille come una visione delirante, la evocava, parlava della sua fortuna ad averla incontrata, ingoiava inchiostro e lacrime perché la mano di Franca non c’era più.

Franca e Dario:un rapporto fuori dagli schemi, eppure scandalosamente normale

La loro quotidianità, rivoluzionaria eppure scandalosamente normale, continuava a suonare i suoi rintocchi nell’anima di Dario, ora che non c’era più, gli occhi di Franca, come le pupille della Mosca di Montale, furono le uniche a percepire la realtà, nuda e viscerale, e a spalmarla sulla pelle di quell’uomo che iniziò a vedere con nitidezza proprio attraverso l’iride di quella donna. A volte sembrava che fossero stati i primi due a scoprire l’amore, perché trattavano l’amore come un gioco irriverente e puro, e a guardarli, ti facevano venire voglia d’amare, di vivere, di scrivere, di urlare o forse di impazzire.

Dario ieri è uscito di scena.

Mi piace pensare che contro un muro di un’altra dimensione, ci sia Franca ad aspettarlo, ora come sessant’anni fa, magari offesa perché lui ha finto di non vederla fino ad oggi, quando lei, con la sua assenza, è stata negli ultimi anni la presenza più vera della sua realtà menomata.