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Eroica Fenice

Gli omosessuali e il coming out

Negli ultimi tempi si assiste all’espansione di un trend già abbastanza diffuso per il quale molti cantanti, attori, attrici e politici omosessuali ma anche persone comuni di mezzo mondo dichiarano apertamente la loro identità sessuale tramite la pratica del coming out, incanalata ora in dichiarazioni rese sui social network, ora in tv ma anche tramite libri intervista o addirittura autobiografie. Ma qual è l’intima motivazione che spinge una persona omosessuale a palesare la propria natura? Perché Tiziano Ferro, cantautore di rara intelligenza e sensibilità, ha sentito il bisogno di comunicare a mezzo stampa un aspetto così delicato e privato della sua vita come la scoperta della sua omosessualità?

Se nessuno ha mai chiesto alle persone gay e lesbiche di venire allo scoperto, quella del coming out è una sorta di spietata, rischiosa quanto incomprensibile, operazione di marketing sull’onda dell’argomento di tendenza o una reale urgenza priva di qualsivoglia finalità?

Per alcune persone gay, la propria natura è vissuta come una sorta di macigno sul cuore di cui dover rendere conto con amara sofferenza. Esplicitare la propria omosessualità sembra essere davvero un bisogno che a volte, purtroppo, sconfina quasi in un dovere da assolvere per agevolare la comprensione e la conseguente accettazione della loro personalità da parte della gente, ottusa e spesso non perfettamente edotta sulla realtà del mondo omosessuale.

E quale elemento più dell’ignoranza può generare frustrazione e sofferenza in una persona? La maledetta paura di non essere amata perché considerata come fonte di vergogna e delusione per chi in lei/lui aveva riposto aspettative socialmente condivise quali fidanzamento, matrimonio e figli, possibilmente prima dei 40 anni. È spesso la famiglia a rappresentare per una persona omosessuale l’inesorabile specchio con il quale misurare il proprio senso di inadeguatezza. Quante volte la famiglia, che dovrebbe amare incondizionatamente, non accetta, non accoglie o prescrive come “rimedio” le proprie prassi e che, laddove non riesce ad imporsi, allontana. È forse questo il più grande castigo per le eccezioni che ingiustificatamente si considerano tali per colpa di preconcetti, ipocrisie e perbenismi inutili che ancora oggi regnano sovrani, pagando lo scotto di diventare o individui insicuri o, ancor peggio, considerarsi indegni di essere amati.

Ed è proprio da qui che forse per una persona gay nasce il bisogno di urlare al mondo la propria omosessualità, come a dover spiegare ai propri cari che quella che per loro è una colpa che macchia l’anima, in realtà altro non è che la propria natura.

Cinque minuti fa, mi volevi bene, no? Ora ti rivelo di essere gay… mi ami lo stesso dopo averlo saputo? Sembrano essere queste le richieste di chi esce allo scoperto: amore, conferme e accettazione. Sono così diverse le aspettative affettive di una persona gay rispetto a quelle di una eterosessuale? No. Ma la differenza sta nel fatto che mentre la prima deve chiederle, magari a seguito di un sofferto coming out, la seconda se le aspetta di diritto.

Se Tiziano Ferro ha scritto la meravigliosa “Sere nere” dopo la fine di una storia d’amore con un uomo, non deve sentire il dovere di esplicitarlo, perché l’amore a volte “fa male, male, male da morire” indipendentemente dal fatto che la persona in questione sia un lui o una lei. E la società deve accettarlo, idem la famiglia e, perché no, la Chiesa, senza chiedere perché o dannarsi per l’esistenza delle differenze, senza che per nessuna persona omosessuale si paventino le fiamme dell’inferno e senza che mai più si senta in dovere di esplicitare con le lacrime agli occhi la propria essenza agli occhi del mondo intero.

gli omosessuali e il coming out

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