Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Ho abbracciato un'alice

Ho abbracciato un’alice

È Luglio ed io, come al mio solito, vago. Ispeziono ogni singolo centimetro di asfalto con i passi: i miei piedi sfiorano la terra mentre le mie mani sognano di toccare il mare. È così, dunque, che m’incammino alla ricerca di quell’acqua che acqua poi non sembra, perché è blu, è il blu del cielo.

Da bambina supplicavo i miei genitori di farmi bere l’acqua blu: rifiutavo categoricamente l’acqua che provavano a farmi mandare giù, quell’acqua priva di colore, trasparente. Erano lacrime amare le mie, lacrime cariche delle sfumature dell’acqua che avrei dovuto bere: inesistenti. Il mare era blu, poi verde, poi azzurro, poi chiaro, poi scuro. Perché non potevo bere un liquido dello stesso colore? Il nome era lo stesso! Era acqua Dio mio. Acqua.

È Luglio ed io, come al mio solito, bevo birra. I piedi immersi nella sabbia: provo a piantarli in maniera salda nel fondale marino, ma la sabbia è mobile, si rifiuta di farmi stare ferma; la sabbia mi fa trovare l’equilibrio mentre io gioco a respingerlo in ogni modo, la terra mi fa perdere l’equilibrio mentre io gioco a ricercarlo in ogni angolo.

Ho l’amo, non ho una pesca, mi rifiuto di usare l’esca.

Pesco. Abbocca di tutto e niente abbocca a causa della mia bravura: abboccano i pesci malati, quelli morenti, quelli senza branchie. Abboccano i pesci smarriti, quelli malandati, quelli già in via di putrefazione.

Abboccano i pesci che non possono esser salvati,

quelli che però non possono esser più nemmeno mangiati.

Abbocca il pesce palla, ci gioco un po’ e lo ributto in mare.

Abbocca il pesce gatto, mi aspetto faccia miao e due fusa, delusa, mi libero anche di esso.

Abbocca il pesce martello, ma non ho chiodi: via anche quello.

Abbocca il delfino: mi sorride, è davvero carino. Ma dove lo metto poi un delfino? Nell’orto del vicino?

Abbocca la medusa, la vedo e non la vedo, mi sarò forse confusa?

Abbocca perfino la balena che m’invita a fare un giro sulla sua schiena.

Rilancio l’ultima volta l’amo: intravedo lei, ne riconosco le linee. Un’alice!

Siedo a riva, la tengo tra le mani.

Ha i capelli neri neri, sorride timida, mentre mi chiede: Che fai domani?

Ho abbracciato un’alice

È così che ho conosciuto la mia alice, un po’ per caso, un po’ per gioco. In un mare pieno di pesci con i quali ho giocato liberandomi di essi in breve tempo, ho riconosciuto lei. Sottile, breve, corta, infinita la mia alice. Mi riempio le mani di essa nonostante a causa delle sue dimensioni ridotte rischi di sfuggirmi costantemente, la guardo, l’accarezzo: lei non vuole più nuotare ed io non voglio più pescare.

Stiamo insieme notte e giorno, non siamo più al mare, qui c’è la gente intorno.

C’è chi guarda e non capisce, c’è chi osserva attentamente e s’infastidisce.

C’è chi non guarda perché non vuole vedere, c’è chi vede e finge di non guardare.

Cosa ne sarà di me e dell’alice? Siamo una coppia davvero stramba. Rischio di soffocarla quando dormiamo, rischia di soffocarmi quando dobbiamo scegliere insieme cosa mangiamo.

Cosa ne sarà di me che ora sono felice?

Intanto vi posso dire, posso dire a tutti voi, che io ho abbracciato un’alice.

Print Friendly, PDF & Email