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Eroica Fenice

Homocaust- hanno sterminato l'Amore

Homocaust – hanno sterminato l’Amore

Guardo i miei piedi, secchi come artigli, venire fuori dal logoro straccio che indosso: una lurida veste grigia, con un triangolo all’altezza del cuore, nero, come tutto qui intorno. Niente ha più colore, è tutto morto.
L’erba che vedo oltre il filo spinato pure sembra fatta di filo spinato, rovi che appestano la terra. Il cielo è cupo e sembra metallo mangiato dalla ruggine.
La stessa ruggine di cui sembra fatta la divisa dei tedeschi.
Ci hanno chiuse qui, ci aggiriamo così magre che siamo già fantasmi.
Sono debole ma mi sono quasi abituata alla fame che strizza le budella. All’inizio non dava tregua, non mi dava modo di pensare e forse era meglio così. Un giorno ho sentito odore di bruciato e ho visto fumo provenire da un lungo comignolo in fondo al campo. Era un odore strano, dolciastro. Chissà cosa arrostivano, non riuscii a non chiederlo alla ragazza scheletrica che stava alzando pietre con me. Lei ha alzato gli occhi e mi ha guardato senza espressione. Una vecchia è scoppiata a ridere sguaiata, scoprendo i due denti che le rimanevano: ” Se parli e non lavori, ti troverai anche tu alla brace”.
Capii. Vomitai bile e quella notte tremavo più forte nel mio cubicolo, chiamando sotto voce la mamma.

Ci hanno rasate: come le altre non ho più capelli, quei capelli che Chiara amava accarezzarmi.
Chiara!
Dio mio, ti prego, lei no! Forse non l’hanno vista, non hanno visto i suoi occhi! 
Io quegli occhi li amavo già quando da piccole giocavamo dietro la bottega dei suoi genitori; stavamo sempre con Lorenzo, che aiutava il padre in campagna, e Mario, il figlio del tipografo. Avevamo quell’età in cui la vita sa d’avventura; Chiara era la più grande e la nostra capobanda, pendevamo dalle sue labbra, soprattutto io. Ma dopo i 15 anni non stava più bene che maschi e femmine stessero insieme: era finito il tempo dei giochi, ora Lorenzo e Mario aiutavano i loro padri a lavorare. Ma io e Chiara eravamo inseparabili. Il forno della sua famiglia e la bottega dove mia madre faceva la sarta affacciavano sullo stesso cortile; ogni pomeriggio spuntava nella bottega, portava a mia madre una pagnotta calda di forno, mi prendeva per mano e correvamo via. Era così bello parlare e sognare con lei. I suoi capelli profumavano di pane e il cuore mi scoppiava quando mi guardava. 
Una domenica, mentre uscivo dalla Messa, mi si avvicinò Mario, cappello nella mano e vestito elegante. Camminammo fino a casa e lui mi parlò di come ormai lavorasse nella tipografia del padre. Raggelai quando si congedò sfiorandomi le labbra. 
Mia madre non trovò motivazioni al mio turbamento.
-Sara, un così bel giovane che ti fa la corte da sempre…ed è anche un buon partito!
Terrorizzata, corsi a cercare Chiara giù al forno e la trascinai via: 
-Sara, fermati! Che è successo?
Piangevo, le parole a singhiozzo.
-Mario. C’è stato un bacio. Ti prego, cancellamelo da dosso!
Diventò di sale per un momento. Poi rise a prendermi in giro:
– Ti sistemi col figlio del tipografo e piangi? Non fare la bambina, Sara. E poi come potrei mai cancellartelo?
Mi spinsi a cercare le sue labbra. Mi allontanò senza fiato, gli occhi d’argento spalancati. Aspettavo un suo schiaffo e invece mi prese la mano, portandomi nel deposito delle farine.
Mi prese il viso tra le mani e mi baciò così forte che cademmo in mezzo ai sacchi. Il cuore mi scappò via dal petto.

Forse è per questo che ora al suo posto ho un triangolo vuoto. 
Volavo.

– Homocaust- hanno sterminato l’Amore-

 

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