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Eroica Fenice

Il mare e quei corpi

Ho cullato i loro corpi. Quelli dei vivi, li ho dondolati dolcemente fino a farli arrivare a riva sulle loro gambe sotto gli occhi attoniti dei bagnanti o li ho veicolati verso le imbarcazioni di salvataggio, avendo cura che fossero tirati su ad uno ad uno. Ma ho dovuto cullare soprattutto i morti. Ho cercato di far sì che la loro fine fosse in qualche modo lieve, tenendo a galla quei corpi malnutriti i quali, in un gesto di estrema e inconsapevole solidarietà, hanno fatto persino da salvagente ai vivi che, ormai stremati dalla forza delle onde, vi si appoggiavano speranzosi in attesa dei soccorsi. Alcuni cadaveri erano a testa in giù, altri a testa in su. Fino a qualche minuto prima di morire, imploravano aiuto disperati ma nessuno accorreva e io, più di dondolarli pietosamente, non ho potuto far niente. Gli uomini che non sapevano nuotare sono colati a picco senza mai risalire a galla mentre altri ancora, una volta spirati, si sono allontanati chissà dove trascinati dalla corrente.  

Ho cercato anche di essere il più calmo possibile per far sì che una povera donna riuscisse a dare alla luce suo figlio serenamente.

Per voi c’è differenza tra clandestini, profughi, rifugiati politici, immigrati “onesti” o di mero “transito”, neri che rubano il lavoro o musulmani terroristi e ad ognuno di essi riservate un trattamento sociale e giuridico ad hoc ma la mia legge impone di salvarli tutti indifferentemente.

Niente li fermerà dal lasciare le loro terre: nè il pensiero di una madre che resta in un paese in balìa dei nuovi autoproclamati regimi terroristici, le notizie dei loro parenti morti come mosche in mezzo alle onde, la prospettiva di essere stipati come bestie su imbarcazioni di fortuna o l’esborso di fior di quattrini a criminali spregiudicati. Sono esseri umani disposti a tutto pur di raggiungere una meta che sa di speranza e dignità, ovunque essa sia, purchè lontano dalla violenza infinita, dalla fame nera e dal terrore quotidiano.

Per un uomo nato ai confini del male, onorare o, quantomeno, provare a salvare la propria vita significa andare incontro alla certezza di trovarsi faccia a faccia con la morte, che per lui avrà le mie sembianze. Meglio sfidare la sorte pur di non sentirsi libero di credere in Dio, in Allah o in niente, senza che nessuno scarichi su nessuno un’intera mitraglietta. Se un uomo nato ai confini del male trova salvifico affidare la propria vita ad un trafficante, attraversare mezzo mondo in balìa del freddo, della notte e delle intemperie piuttosto che assoggettarsi all’inenarrabile, che dignità doveva avere la sua vita prima di mettere piede su quel barcone?

Smettetela di affibbiare nomi altisonanti ed evocativi alle vostre operazioni militari, di cooperazione internazionale, di salvataggio, di pattugliamento o come diavolo si chiamano perché io con la politica non c’entro proprio niente. Sarò sempre qui, placido e laconico, a fare del mio meglio per loro mentre voi sarete costretti a vedere e rivedere quei feretri anonimi con su le scritte body n. 1, 2, 20…300…900 e quelle piccole bare bianche con i pupazzi poggiati sopra da qualche operatore compassionevole come estremo gesto di pietà per un’infanzia mai vissuta, incolpevole e persa.

Sono quello che bramate nei freddi inverni di città, uno dei posti preferiti dai bambini, il luogo nel quale correre al primo sole caldo di primavera e che accoglie tutti sempre paziente, immobile e muto ma stavolta sono stufo. Le mie lacrime le ho già versate e si confondono con l’acqua. E le vostre? Ora tocca a voi. Ve lo chiedo io: il mare.

Il mare e quei corpi