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Eroica Fenice

khaled asaad: il partigiano immortale

Khaled Asaad: partigiano immortale

Khaled Asaad era bassino, con una faccia tonda e gli occhi piccoli piccoli. Quando sorrideva mostrava una sottilissima linea dentale; apriva poco poco la bocca. Gli occhi erano quelli dolci e severi di un maestro. Aveva una faccia buona. Di quelle facce, così tanto abituate ai libri, a studiare la Bellezza, che non possono poi non esserne il riflesso stesso della bellezza.

Dopo tanti sacrifici, fu designato direttore del sito Archeologico di Palmira. Lì, Khaled trovò una casa ed un rifugio. Era lontano dal mondo, dalla civiltà; eppure lì c’era tutto il mondo. Palmira è stato uno dei territori periferici dell’Impero Romano, ed uno dei più indipendenti. Khaled lì finalmente poteva toccare con mano, odorare, perdersi nella sublime infinità della bellezza, quello che aveva potuto vedere fino ad allora solo nei libri. Trovò l’Arco di Trionfo, fatto costruire da Settimo Severo. Un arco maestoso, che visto dal basso verso l’alto, sembra poggiare nel blu limpido del cielo siriano. Così da parere la porta del paradiso; una via d’accesso celestiale. Le colonnate dell’agorà. Il teatro romano. Il sito è come un’oasi circondata dal deserto. Una sorgente che disseta gli occhi. Khaled non ne era solo il direttore, Khaled Asaad era il custode, il guardiano.

Intanto arrivavano cattive notizie. In quei giorni la minaccia jihadista era sempre più vicina. Dal lontano occidente venivano proposte misure che Khaled non condivideva. Volevano bombardare, lanciare bombe su bombe. Gli occidentali non curanti dei civili siriani volevano optare per insane manovre militari. Proprio l’Occidente, quel lontano luogo di cui Khaled conosceva bene la storia dell’arte, e tutte le sue bellezze sparse come un mosaico, che visto dall’alto forma un disegno che Dio contempla, o una dea, forse. Ma questa dea, con i suoi lunghi capelli che scivolano sul collo fino a lambire la parte alta dal seno, proprio allora perse di vista Palmira. Fu un attimo, un attimo per gli dei. Interminabile per chi è fatto di carne come Khaled. I jihadisti arrivarono armati di kalashnikov e il volto coperto, si intravedevano gli occhi rossi di sangue. Distrussero tutto quello che c’era. In poco tempo, tutto le colonne, il teatro romano. I resti, quel patrimonio del genere umano, fu soffiato via. Il rumore dei kalashnikov in lontananza arrivava già alle orecchie di Khaled: ta-ta-ta-ta, tratta-ta-ta. Boom. Qualunque uomo avrebbe pensato di scappare via, lontano. Salvare la propria pelle.

Ma la pelle di Khaled era in quelle colonne, era nell’arco del re Severo Settimo, era nei reperti ritrovati. Così nascose tutto quello che c’era e poteva nascondere, e col corpo fece resistenza lì, nel posto che aveva oramai imparato a chiamare casa. I suoi occhiali, spessi, segno di una vita di studi, s’appannarono, sudava. Poi arrivarono in 5, o forse 6. Scesero dalla jeep, uccisero, spararono. Al sito era rimasto solo Khaled. Volevano sapere dove erano i reperti. “E cosa dovete farci voi”. Loro che uccidevano ogni rantolo di bellezza. Cosa volevano dall’Arte?Avrebbero venduto tutto al mercato nero, al miglior offerente. Ma Khaled Asaad, che non era un soldato, che non era un guerriero. Come il più fedele dei soldati; come un partigiano del ventunesimo secolo, non disse mai dove aveva nascosti i preziosi reperti. Lo tennero imprigionato per un mese. Ormai tutta Palmira era stata conquistata dai gruppi Jihadisti.

Torturavano Khaled tre volte al giorno. Come i pasti. Si cibavano del suo dolore. Gli occhiali erano ormai distrutti. Il suo volto paffuto e sempre sbarbato, stava conoscendo l’ispidezza della barba. Pungoli di barba misti a sudore, truccavano quel viso, che però sembrava ancora illuminato da una luce di speranza proveniente dai suoi occhi, piccoli piccoli, che sembravano quelli di un bambino. Alla fine della prigionia, era irriconoscibile. La barba bianca gli copriva il volto, l’occhio sinistro era stato talmente percorso da essersi chiuso. Il braccio destro era appeso inanimato. Come se non fosse una parte del suo corpo. Così, mezzo morto, fu impiccato pubblicamente ad una delle colonne del sito che aveva difeso.

Khaled Asaad: morto sorridendo, come un vincitore

Successe poco dopo che uno dei soldati jihadisti fu fucilato per punizione. Aveva detto, alcuni giorni dopo l’impiccagione di Khaled, che aveva visto il suo cadavere sorridergli. Khaled Asaad fu impiccato in un giorno d’agosto rovente. Morì con un ghigno di sorriso. Aveva difeso non la sua vita, ma quella di tutti gli esseri umani, salvandone la storia dell’arte; la storia della loro, nostra, bellezza. A mani nude, senza micidiali colpi di mitragliatrice, soltanto con la sua presenza, seppe essere un fedele soldato. Il suo corpo appeso ad una delle colonne, fu dopo un po’ di giorni portato via. Infastidiva. Perché lui era morto, eppure continuava ad esistere. I reperti erano sani e salvi.