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Eroica Fenice

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La macedonia non è uno stato d’animo

In una stanza non mia, in una casa non mia, in una città non mia, vivo. Mi specchio allo specchio, mi specchio nei vetri, mi specchio in qualsiasi superficie riflettente al fine di comprendere se almeno la vita che sto vivendo è la mia. I motorini corrono ed è la benzina a muoverli, le nuvole corrono grazie al vento, chi mi circonda corre, mosso dai piedi. In questo moto continuo di tutto ciò che mi è intorno, io sto ferma. Mi alzo, mi lavo, mi nutro e sto. Passo la maggior parte delle mie ore in attesa che esse passino. Ho deciso, inconsciamente, che il moto interiore è molto più proficuo, forse, del moto esteriore. L’Irrequietezza del corpo ha caratterizzato venticinque anni della mia vita, sento ora l’esigenza di riposare affinché la mente corra più veloce di quanto abbia potuto fare io finora. Ho sempre pensato a trarre conclusioni, spesso avventate, in qualsiasi situazione io mi trovassi. L’importante non era mai concludere, ma trarre conclusioni, non concludendo mai nulla. Mi ritrovo dunque a rigirare il cucchiaio in una macedonia di conclusioni tratte, provando a mettere in bocca frutti ancora interi, che ho scelto io stessa di non tagliare. Eppure la frutta va fatta a pezzi, i pezzi devono essere piccoli: si mastica bene, si ingoia meglio, si digerisce prima. Nel cucchiaio, assisto alla mela intera che si rifiuta di starci: si ribella al poco spazio in cui provo a farla adagiare. C’è la pera, nell’angolo, neppure sbucciata. C’è ancora il mandarino, residuo di un inverno mai passato. Perché non ho tagliato la frutta? Cosa ho concluso? Ho la macedonia, ho una macedonia non commestibile, ho una macedonia che non posso mangiare. La frutta che non ho fatto a pezzi, rischia ora di fare a pezzi me. Nel tentativo vano di sfamarmi con l’impossibile, assisto impassibile alla sparizione della mia fame. Neppure la mia fame è più mia, adesso non ho la sete di un tempo.

La macedonia non è uno stato d’animo

Non ho solo errato, ho perseverato, ma tutto mi sento fuorché diabolica. In corpo non ho diavoli e in cielo non ho angeli: ho due piedi che non hanno più voglia di andare, ho due occhi alquanto stanchi di guardare, ho una bocca stanca di prendere boccate d’aria fingendo di parlare. In questa vita ho due mani, che non voglio smettere di usare. In questa vita ho un cervello, che a venticinque anni vorrei cominciare a far funzionare. Comincio da oggi dunque a giocare con il dado invece di pensare al dado tratto; comincio da oggi a non pensare alle conclusioni; comincio da oggi a concludere.
Inizio, oggi, concludendo.