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Eroica Fenice

La paura è il nemico numero uno

«[…] Analizza, anzitutto, se esistono indizi sicuri del male che dovrebbe sopraggiungere: per lo più la causa della nostra sofferenza sono i sospetti e le dicerie ingannevoli che, come hanno la forza di mandare in rovina gli eserciti, tanto più possono abbattere gli individui. Così, oh mio Lucilio, ci associamo troppo in fretta alle opinioni della gente, non osserviamo sotto la giusta luce ciò che ci spinge alla paura, né lo analizziamo, ma trepidiamo e voltiamo le spalle, come quei soldati che per il polverone sollevato da un branco di pecore abbandonano in fretta l’accampamento o che sono atterriti dal diffondersi di qualche fandonia chissà da chi inventata. Non so come, ma le pure invenzioni ci sconvolgono di più; la verità ha, in effetti, i contorni ben definiti; mentre tutto ciò che è frutto d’incertezza entra nel dominio della congettura e delle fantasie di un animo in preda alla paura. Non c’è, dunque, nulla di così disastroso, di tanto incontrollabile quanto il panico, perché, se le altre forme di paura sono irragionevoli, quelle provocate da esso non hanno alcun senso». (Seneca, Lettere morali a Lucilio, II, 13)

Nei giorni in cui la parola dominante è Paura casualmente ti capita Seneca tra le mani ad aprirti gli occhi sulla chiave di lettura di un sentimento non semplice da gestire. Forse nessuno come gli Antichi ha contribuito a definire con efficacia la tensione, la paura. Il vacillare di un grande spirito come quello di Seneca, le sue contraddizioni e le sue ombre, non fanno altro che sottolineare lo scarto esistente fra un ideale filosofico e di governo, e una realtà sterile e ingannevole; un progetto politico che, oltre agli ostacoli addebitati a fallacia e doppiezza dell’Essere Umano, non ha possibilità di realizzarsi all’interno di un sistema governativo distorto e ostile. Le sue opere nascono, appunto, in risposta alla precisa realtà politica del suo tempo: innumerevoli sono, nei suoi scritti, i riferimenti alla fugacità del tempo e alla precarietà di un’esistenza perennemente insidiata, che spinge l’uomo a trovare rifugio nella saggezza. Dall’insieme delle metafore utilizzate emerge il senso di una realtà instabile, che non è altro che la proiezione di una situazione politica: il paradossale contraccolpo che la pace imperiale portò alla classe di Seneca. Si capisce, dunque, perché alla saggezza si chiedesse, più ancora che l’arte di vivere, l’arte di morire: considerazione notevole, anche per il nostro tempo.

Il rischio più grave sta nell’alimentare la paura

La paura ci intrappola, tenendoci impegnati altrove anziché sul Presente. Il nostro Presente ci racconta di terrore, rabbia e sgomento nel ritorno a una pseudo normalità, che al momento avvertiamo come impraticabile per il sentimento di lutto che ci pervade. Il punto è proprio questo: vogliono colpire la nostra normalità ma, non essendoci una sistematicità nel loro agire, rischiamo tutti. Il rischio più grave, tuttavia, sta nell’alimentare la paura. La paura distorce il nostro pensiero logico e ci è nemica quando siamo chiamati a prendere scelte razionali che abbiano un impatto concreto sulla nostra vita. Non permettiamo a questa risposta emotiva immediata di manovrarci, ma lasciamo che il coraggio vada ad aprire la porta quando lei bussa: solo così potrà scomparire. Del resto, «Cui prodest?». La nostra paura giova ai governi, che ottengono un’opinione pubblica ricompattata e impaurita, bisognosa solo di decisionismo e rassicurazioni; giova ai manovratori dello scacchiere internazionale, che possono trovare in attentati importanti il pretesto per sbloccare fasi di stallo o ribaltare scenari, che non si stavano muovendo secondo i piani…

Non dobbiamo reagire solo sull’onda dell’emotività, facendo il gioco del dibattito mediatico e politico. La vita si restringe o si espande in proporzione al nostro coraggio! «Si ha paura di migliaia di cose – scriveva Hesse –: del dolore, dei giudizi, del proprio cuore, del sonno, del risveglio, della solitudine, del freddo, della follia, della morte. Ma in realtà c’è una sola paura: quella di lasciarsi cadere, di fare quel passo verso l’ignoto lontano da ogni certezza possibile. E chi una volta sola si è donato, chi una volta sola si è affidato alla sorte, questi è libero. Egli non obbedisce più alla legge terrena, è caduto nello spazio universale e partecipa al turbinio delle stelle. Perché una sola arte esiste, una sola dottrina, un solo mistero: lasciarsi cadere, non opporsi recalcitrando alla volontà di Dio, non aggrapparsi a niente, né al bene né al male. Allora si è redenti, liberi dalla sofferenza, liberi dalla paura»

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