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Eroica Fenice

La Strada

Era Novembre.

Non avevo pranzato, come da abitudine, ed ero rimasta dov’ero, intenta, indifferente al Mondo, incapace di distogliermi, in pace.

Arrivasti in un pomeriggio, quello, che volgeva a notte, e ti sedesti; dopo un po’ lasciai tutti i libri com’erano sul tavolo e ti raggiunsi, per stare con te. Una felicità immensa in quel vederti, la pace trasformata in pura gioia, improvvisamente la stanza parve rabbuiarsi;

Sta piovendo” mi accorsi, e te ne diedi avviso allarmata, mentre tu, come sempre, rimanesti calmo; guardasti fuori – ma solo per un attimo – e continuasti a parlare.

Tu parlavi, io guardavo alla finestra; non tanto perché preoccupata per il temporale, quanto perché più di tanto non ero capace di rimanere a guardarti, gli occhi fissi in un altrove indefinito, rabbrividendo in una giacca di lana che in tutto pareva una veste da camera.

Da quella posizione si dominava il cielo, il mare, la Città: urbi et orbi. Un fulmine schizzò su Santa Chiara; rabbrividii di nuovo.

Dovremmo scendere” ti proposi “sta volgendo al brutto“. Guardasti l’orologio – avevi sempre tutto sotto controllo:

È quasi ora di chiusura… scendiamo insieme! Poso questi” battei le mani e trotterellando cominciai a raccogliere tutte le mie cianfrusaglie. Mi intabbarrai letteralmente, mi fasciai più volte la testa nella sciarpa e me la calai fin sulla fronte. Io ho paura dei temporali.

Da te pareva estate: avevi solo un impermeabile e un ombrello che, quando lo apristi, mi resi conto che era tutto sfasciato. “Ma vieni sotto il mio!” Protestai più volte, ma non volesti, perché pensasti che mi sarei bagnata, e sapevi che soffro di gola. “Ma tanto mi bagno uguale! Senti che vento!” Niente: continuasti imperterrito la tua discesa con il tuo impermeabile e quel relitto di ombrello accartocciato, mentre parlavamo di quisquilie di grammatica latina; scivolasti su un cartone inzuppato, io ti presi: se c’era un cartone scivoloso era matematico che sarebbe finito sotto il tuo piede, quindi lo prevedetti.

Sembravi un grosso gatto bagnato e spettinato. C’era qualcosa di assolutamente comico in tutta quella scena, e infatti mi dicesti, una volta a casa e guardati i libri di grammatica, che era stato divertente. Avevo un vecchio telefono scassato, e tutti i tuoi messaggi sono rimasti là. .. non ho il coraggio di buttarlo via, ma nemmeno di rileggerli.

C’era qualcosa di assolutamente comico nei miei jeans zuppi, nelle scarpe allagate che facevano Ciak Ciak e perdevano acqua come barche alla deriva, nella sciarpa che faceva le veci di uno jadore, nel tuo ombrello accartocciato, nei fiumi d’acqua che scendevano con noi per la salita, nelle mie espressioni atterrite ogni volta che cadeva un fulmine, nel latino gridato tra un tuono e l’altro con gli schizzi d’acqua sulla faccia, in bocca… c’era qualcosa di comico e… di idillico.

Che strada facciamo? ” mi chiedesti

Io faccio sempre la stessa: giro in questo vicolo e mi ritrovo a Mezzocannone

Io invece cambio sempre… Lo sai? C’è uno studio pubblicato che dice che le persone che fanno strade diverse ogni volta per tornare a casa sono più intelligenti e capaci di far fronte a tutti i problemi e di risolverli!

Ti guardai, poi guardai i sanpietrini su cui poggiavo i piedi, il riflesso delle nostre ombre distorte dalle pozzanghere e inzuppate dagli schizzi, e sorrisi “Sì, ma anche nelle strade si lascia il cuore

La Strada – Eroica Fenice

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