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Eroica Fenice

L’arte come fa? Non c’è nessuno che lo sa

Fiumi di parole abbiamo artificialmente fatto scorrere su carta e su palcoscenici non allo stesso tempo incendiari. Noi artisti, attori, scrittori, musicisti, registi, sceneggiatori, montatori: sognatori. Abbiamo sprecato il nostro tempo a lamentarci, a piagnucolare e gridavamo:“L’Italia è l’ultimo paese, è in coda, non investe in cultura; ma come noi, noi che siamo la culla della cultura, non pensiamo a lei per tirarci su?”. Bla. Bla. Bla. Solo tempo perso, così come io lo uccido mentre scrivo e penso che tutto abbia un senso, che valga la pena svenarsi per convincere il mondo circostante che l’Arte esiste ancora, in Italia. In realtà lei è fallita, è caduta in un baratro, quasi impossibile da risalire, insieme al suo paese.

É evidente che la disoccupazione, le leggi governative alla Jobs Act, le devastazioni ambientali, l’accumulazione di capitale in poche mani, l’accentuazione della criminalità organizzata, i vent’anni di controriforme alla scuola pubblica  abbiano contribuito a dipingere il quadro simbolo  di un paese alla deriva. La precarietà delle condizioni materiali va di pari passo con l’arretratezza culturale.  E allora da dove nasce l’audacia piccolo-borghese di andare a dire alla gente che deve avere il coraggio di smuoversi con l’arte, se non si ha nemmeno il fisico di scendere di casa? Perchè il popolo dovrebbe stare a sentire un artista che si “prostituisce” in strada e molte delle volte gratis? 

L’attuale sistema economico, in accordo con la sua classe politica, non solo ha affamato i popoli ma li ha regrediti culturalmente. Basti pensare che nell’attaccare il ‘pubblico’ la scuola è stata tra le prime ad essere puntata d’occhio. Ora si dice (e credo sia vero) che stia avvenendo un processo di privatizzazione:  infatti gli open-day delle scuole , anno dopo anno, diventano  appuntamenti frenetici. Il preside-manager ha il compito di far quadrare i conti, deve far iscrivere alla sua scuola-azienda  sempre più studenti-clienti. E qual è il risultato? L’Ocse ci dimostra che tre italiani su dieci sono analfabeti funzionali, sanno leggere ma non capiscono il senso di ciò che hanno letto. Il risultato è che oggi  a scuola non si impara a prendere coscienza, a resistere, si impara a come chinare la testa, a ragionare dogmaticamente e  diamo il benvenuto al  “laissez faire” dei banchieri, al dogma di “lavorare gratis” per imparare a lavorare, agli stage non retribuiti. Come diceva Leo Ferrè:“I versi devono fare l’amore nelle teste dei popoli. Alla scuola della poesia non si impara: ci si batte!”.  

Dove è andata, quindi,  a finire l’Arte se vedi un giovane scrittore  che dà più importanza alle presentazioni di un suo libro scritto male che a studiare per scrivere meglio? Dove è andata a finire l’Arte se per organizzare uno spettacolo devi chiedere l’elemosina? Dove è andata a finire l’Arte se le società letterarie non esistono più perchè gli emergenti chiedono l’amicizia su facebook al famoso di turno che  gli scriverà  anche una recensione?  L’avanguardia!  Questa ci vorrebbe. Quella che ti prende per mano in maniera disinteressata, con amore. Quella che ti aiuta ad attraversare la strada societaria dell’ipocrisia. L’avanguardia che ci sveglia dal sonno millenario,  l’avanguardia contro-potere che sa  coniugare arte politica e arte culturale: le unisce, le teorizza, le pratica. Senza chiacchiere. Un’avanguardia che si identifica in un soggetto politico che rappresenta gli interessi della maggioranza della popolazione.  

Oggi invece chi siamo? Solo tante solitudini sbattute al vento mutilato. Ognuno ha i suoi problemi e noi li espandiamo non con l’intento di risolverli insieme, li espandiamo solo per unirli al clima di diffidenza: ci odiamo, in sostanza. Invece di unirci, tendiamo a dividerci. Ma il tempo è finito: perché a chinare la testa, cari sognatori, non ci conviene più. Oggi si trae più profitto collettivo a rimuovere lo scheletro del potere che a tentare di lucidarlo.

Siamo noi che possiamo, che possiamo  come gli occupanti del Teatro Valle di Roma,  come gli artisti dell’immateriale dell’ex Asilo Filangieri, noi  che potremmo agire come gli operai dell’Ast di Terni, come gli attivisti politici fuori al palazzo dorato, come i No Tav, i ribelli, che potremmo scrivere come gli scrittori, come  Erri de Luca,  come i collettivi poetici, che potremmo recitare con orgoglio come gli attori che stanno  nella casa chiusa di “Dignità autonome di prostituzione”.  Noi possiamo. Tutto qua. Ci manca solo l’arte di stare insieme. 

-E l’arte come fa? Non c’è nessuno che lo sa-