Seguici e condividi:

Eroica Fenice

L’articolo del lavoro narrato

Il Ragazzo che mi sta versando il caffè non vuole narrare il suo Lavoro. C’è una frase che gli ha detto il Padrone: “E il resto te lo fai di mancia” e il suo Lavoro ha il tintinnio giallo dei 10 centesimi di Euro. Nella borsa ho i ferri per il mio Lavoro, un po’ lisi. La prima volta che sono stata sfruttata insegnavo Italiano agli Immigrati. L’unica volta in cui sono stata felice di essere truffata.
L’Insegnante, come Gesù, deve andare dagli Ultimi.
Io non credo tanto, e Gesù sono Io.
Nella scuola privata non sono mai andata: ti sfottono chiamandoti “Insegnante” e ti mettono una busta (paga?) vuota in mano. Non ho voluto vendermi l’Anima; ero (quasi) sola nella mia austerità, nella mia dignità… ho rischiato di perdere un concorso, ma poi ho vinto. Perché si fanno Studi Classici? Perché sono gli studi degli Uomini Liberi. Gli schiavi servono, e le Lettere, che non ti insegnano a costruire palazzi, a pilotare aerei, ad aprire scatole, non conoscono servitù. Stamattina sono stata in una classe vera, così diversa dall’Utopia che vogliono spacciarci, così convulsa e viva. 
Perché sedare i ragazzi? Perché censurarli? Prendono il tuo Lavoro e se ne cibano; se seminerai bene, raccoglierai bene, e un giorno, almeno loro, saranno liberi.

Lo ricordo bene il mio primo giorno di lavoro. Circa 10 anni fa. Tutta strizzata in una divisa, pantalone nero, camicia bianca. Capelli raccolti. Il ristorante non era particolarmente elegante, una via di mezzo tra un pub ed una sala ricevimenti. Eppure io mi sentivo come al primo giorno di scuola. Come se a fine serata, oltre alla misera paga, rigorosamente in nero, avessi dovuto ricevere anche un voto. Io, piccola diciottenne con l’idea di non pesare troppo sulle finanze di mammà e papà. Almeno questo è quello che mi ripetevo, il solito cliché dello studente che lavora. Forse era solo una scusa per sentirmi più grande. La gente comincia ad entrare, mi è caduta la forchetta può sostituirla? Il caffè lo fate? Che dolci avete? C’è ancora molto da aspettare? Poi un tavolo. Una coppia, ben vestita, orologio discreto al polso di lui, punto luce al collo di lei.
Lui mi chiama e mi dice:
– Mi scusi signorina, può farmi da Cicerone per il bagno?
Non faccio in tempo a rispondere che la fidanzata interviene:
– Tesoro, parla in modo più semplice, è solo una cameriera che vuoi che ne sappia di Cicerone?
La guardo, ma non so cosa si legge sul mio volto. Nella mia testa si agita un po’ di tutto, vorrei dirle:
-Cretina che non sei altro, la cameriera viene dal liceo e studia Lettere, sa benissimo chi è Cicerone. E poi con quale dignità parli tu che sei fidanzata con un cafone risalito che chiede ad una ragazza – per quanto cameriera – di fargli da Cicerone per il cesso?
Ovviamente nulla di tutto questo esce dalla mia bocca. Mi limito ad un:
– In fondo a destra.
Tutti i bagni sono in fondo a destra. Anche quello nel pub dove lavoro ora e quelli nei pub dove ho lavorato negli anni passati. Così come quelli nell’università  e nelle redazioni che frequento. Dopo quella sera, oltre Cicerone, il mio bagaglio di conoscenze si è arricchito. I libri ti insegnano molto, la gente sgradevole molto di più.

Il vecchietto seduto di fronte a me nel treno ha deciso che non devo terminare di leggere il capitolo sulle edizioni critiche del Convivio. Avevo pensato di terminarlo in viaggio. Ha decretato che devo essere la confidente dei suoi acciacchi. Mi ricorda mio nonno e non riesco ad essere scortese, così, eccomi catapultata nel suo mondo di gesti semplici, lenti e cadenzati. Arriviamo al nostro capolinea rapita dai suoi simpatici racconti; il mio compagno di viaggio mi cede il passo in un gesto antico e dimenticato, un cenno della mano sulla balza del cappello, un piccolo inchino del capo e mi augura buona giornata. Dev’essere stato un bell’uomo. Non ricordo nemmeno a che ora è iniziata stamattina la mia giornata, era presto: devo scrivere un preventivo prima delle 14:00, sistemare il file degli accrediti del teatro prima che sia troppo tardi, iniziare le ripetizioni alle 14:00, alle 16:00 mi aspetta il simpatico incontro con la maestra di quella creatura, esaltante. Sono le 13:30, questo significa che sono già andata in corto circuito! Affretto il passo; arrivo a casa che già le pesti mi aspettano; credo sia meglio che mi convinca che abbia già pranzato perché ormai sono in ritardo! Mi siedo: controllo diari, sfoglio quaderni, leggo avvisi, organizzo compiti, smisto baci e sgridate e mi sento completa. Viva. Vedo in quei visi il prolungamento di me, vedo nelle loro belle ripetizioni il tempo impiegato, vedo nei loro successi la gratificazione della mia stanchezza che a volte pesa come un macigno sulle spalle. Tutto questo? Per un 1€ al giorno.
Lascio in custodia quei piccoli diavoli sorridenti, mi dirigo verso la battaglia dei grandi, quella fatta di regole. La massa bionda e riccia che mi ritrovo di fronte è fastidiosa già prima che la sua voce gracchiante si manifesti. Il disappunto mi pervade. Quella donna, quella maestra, ormai arrivata, con superbia mette in discussione la buonafede del mio lavoro. E parla di numeri, di voti, di schemi, di tutto quello che è più lontano da un bambino. Inizio a mascherare il nervosismo celandolo con puntigliose e rigorose spiegazioni sulla modalità del mio lavoro. Continua a dubitare, insinua sulla preparazione, sul percorso formativo, sulle capacità e gli strumenti. Faccio questo da quindici anni. Non sono una sprovveduta. Ero una studentessa liceale. Adesso, una laureata. Domani? Una disoccupata. 
Mi resta la dignità del mio lavoro. Così, sento un’altra me che con forza e sicurezza afferma:
Se lei crede che io abbia fatto un corso di ricostruzione per le unghie e mi sia messa a fare ripetizioni private, mi dispiace ma non è così. 
Mi giro, merita solo le mie spalle e vado via. Ritorno dai miei ragazzi. A casa. Mi aspettano.
Per 1€ al giorno vivo di felicità.

Carla Menale
Roberta Magliocca
Jundra Elce

Carla per La Notte del Lavoro Narrato…

[custom_author=Jundra]
[custom_author=Roberta Magliocca]