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Eroica Fenice

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Lasciare tutto andare? Eziologie dialogiche: la sensibilità

K. – “Oh, J., potresti lasciare, per una volta – almeno per una volta! – che tutto ti scivoli addosso, che tutto fluisca via. Sì, insomma: che tutto scivoli sulla polita superficie della tua fragile – (‘perché è fragile e lo sai benissimo, ammettilo!’ avrei voluto dirle… ma mi pareva di osare troppo) corazza. Sono certo che vivresti meglio, se accettassi che tutto può accadere, ma che non tutto deve necessariamente tangerti, colpirti, sino a sfinirti. Non è così che va la vita. O almeno, non è così che dovrebbe andare, se vuoi vivere senza crearti problemi inutili.”

J. – “Apprezzo molto la tua premura nei miei confronti (‘quella metafora fa male, ma è vera, devo ammetterlo’); ma, sai, il tuo ‘potresti lasciare’ si traduce automaticamente, nella mia mente, in un ‘lasciare tutto andare’ e… no, proprio non posso. Comprendo le tue parole, così come ne comprendo l’intima razionalità. La comprendo davvero, credimi. Ma non posso accettarla.”

Incomprensioni: “lasciar andare proprio un bel nulla”…

K. – “Non capisco questo tuo automatismo psichico. Non c’arrivo. Complessità femminile, forse.”

J. – “Oh, no; qui non c’entrano nulla i discorsi di genere. Non è questione di comprenderlo o no. È questione di sentirlo o no. Sen-tir-lo. Per questo non è possibile lasciare andare proprio un bel nulla. Capisci?”

K. – “Beh, veramente, capisco ancor meno di prima… (‘elettroencefalogramma piatto e confusione mentale. Caos. Boom. Voglio fuggire da questa conversazione.’)”

Lasciare andare: la complessità nella semplicità…

J. – “Beh, la questione è semplice e complessa al tempo stesso. È razionalmente condivisibile l’idea di non dare peso ‘sentimentale’ ad ogni inezia esistenziale e – credimi – l’ho desiderato io stessa tante, tantissime volte. C’ho persino provato con tutte le mie forze. Con tutte le mie forze? Ora come ora, non ne ho più la certezza. Insomma, posso dirti… che ho desiderato che andasse così anche a me. Ma ho capito una cosa importante. Ho capito che c’è una Qualcosa contro il quale non potrò mai vincere. Questo Qualcosa ha un nome di cui molti si fan vanto, ma che pochi comprendono veramente; un nome intellegibile, ma ingannevole. Questo Qualcosa si chiama Sensibilità.

K. – “Quanto la fai lunga!”

J. – “Sapevo che non avresti capito. Non puoi capire. C’ho provato. Ma, forse, sei condannato a non comprender(mi) (proprio) (mai)…”

K. – “Non ti sembra di esagerare? In fondo, non era mia intenzione offenderti. Mi sembrava solo che il discorso stesse prendendo una strana piega…”

J. – “Sai, K., è semplicistico definire come ‘strano’ tutto ciò che – semplicemente – non comprendiamo. Ah, se la tua anima fosse un tantino più profonda…!”

K. – …………………

J. – “Vuoi spegnere l’animo di una persona sensibile? Dalle il silenzio. Lasciale solo il silenzio. L’indifferenza. L’indifferenza totale, il disinteresse. Il nulla. Lasciare tutto andare? Proprio no. La sensibilità non è qualcosa che si possa scegliere oppure no. Si può solo scegliere di accettarla oppure d’averla, per sempre, come acerrima nemica. Non è possibile rinnegare realmente la sensibilità: possiamo solo illuderci di riuscire a farlo. La sensibilità è un po’ come la famiglia, i compagni di classe, il tempo: ti càpita. (‘ché, anche se fosse il contrario, chi la sceglierebbe volontariamente?’) E devi farci i conti, in qualche modo. La sensibilità è come una sorta d’evidenziatore psichico: amplifica tutto, moltiplica tutto. È come una sorta di megafono dei propri sentimenti: li si vorrebbe tenere per sé, ed invece… ed invece, in qualche modo, ci si ritrova, pur non volendo ad esprimerli con il volto, coi gesti, con lo sguardo, col rossore, con ogni fibra del tuo corpo. La sensibilità ti fa vivere tutto a fior di pelle. Ti porta ad anche esagerare, sì, devo ammetterlo. Ma sensibilità dona e chiede solo una cosa in cambio: essere accettata.

Lasciare tutto andare? Se proprio devo, lascio andare te…