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Eroica Fenice

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Le città (in)visibili e l’impossibile

Le città non sono mai visibili a occhio nudo senza il filtro dell’anima.

Bisognerebbe essere come Marco Polo…

Capire cosa si cela dietro un vecchio muro, una finestra o un viottolo deserto è diverso dall’osservare la materia, la sua struttura immobile e visibile.

Di immobile, in una città, non c’è nulla se non la nostra ostinazione nel rifiutare lo scambio. Le antiche città-mercato erano luoghi di scambio, ma ad essere scambiate non erano, non sono solo le merci: le memorie, le sensazioni, i vissuti rimbalzano e si intrecciano. L’abitante col suo sguardo interno, il viaggiatore con gli occhi del forestiero: entrambi sono coinvolti; a nessuno dei due dovrebbe sfuggire l’essenziale.

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.”

“Le città invisibili” di Calvino sono città impossibili, eppure esistono. L’imperatore dei tartari Kublai Kan ascolta assorto i racconti del giovane veneziano Marco Polo in un momento in cui, la malinconia e l’amarezza nel vedere il suo immenso e poderoso impero decadere rovinosamente, lo pervadono completamente. Perché dopo la ricchezza, la gloria, il potere, lo splendore, c’è un senso “come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri”.

Gli occhi di  Marco Polo vedono città bianche esposte alla luna, con vie che girano su se stesse come un gomitolo, città costruite secondo la posizione delle stelle e delle dodici case dello zodiaco, abitate da storpi, nani, gobbi, donne con la barba, città in cui la memoria si scambia a ogni solstizio e equinozio, città in cui gli sguardi dei passanti si incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercandone altri. Il Gran Kan vede con gli occhi di Marco Polo, Marco Polo parla attraverso le visioni della città. Le città e gli occhi, le città e il desiderio, le città e i morti, le città e la memoria, le città e il cielo, le città e gli scambi. La visione necessita lo scambio.

E allora perché il viaggiatore deve accontentarsi delle città visibili? Il vero Marco Polo cerca quelle invisibili, di città. Perché viaggiando ci si accorge che “le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma, ordine, distanze, un pulviscolo informe invade i continenti. Il tuo atlante custodisce intatte le differenze”.