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Eroica Fenice

Le passanti: riflessione su una canzone

Sono steso sul letto e ho le cuffie nelle orecchie. Imposto il lettore in modalità “riproduzione casuale” e la prima canzone che mi viene proposta è una delle mie preferite di Fabrizio de André: Le passanti.

Capita spesso di associare le canzoni a periodi della nostra vita, in base allo stato d’animo che proviamo in un dato istante. La stessa cosa mi capita di fare con Le passanti ma, se ascoltate o avete ascoltato questa canzone, non negherete che parli anche di voi. Parla di tutte quelle occasioni che abbiamo lasciato scivolare via dalla mano, di tutte quelle ragazze che cercavano null’altro che qualcuno che le comprendesse, dandoci come riconoscimento attimi di felicità. Ma noi (me compreso), troppo presi dai nostri pensieri e incapaci di oltrepassare quel muro di timidezza che ci divide dalla gioia, lasciamo che quelle belle presenze vadano avanti con le proprie vite e noi con le nostre. Un po’ come quando siamo al cinema e, dopo aver visto una scena che ci ha emozionato o sorpreso, vorremmo tanto avere un telecomando per riavvolgere la pellicola fino a quella scena. Ma resterà soltanto un desiderio, perché è impossibile.

“Io dedico questa canzone/ad ogni donna pensata come amore/in un attimo di libertà”

Le passanti, una dedica

E allora, care passanti, lasciate che vi dedichi i miei pensieri tradotti in parole. A tutte voi, il cui sguardo ho incrociato senza avere il coraggio di fare un passo avanti, ho qualcosa da dirvi.

A quella quasi da immaginare/tanto di fretta l’hai vista passare/dal balcone a un segreto più in là. A te, che ho soltanto visto di sfuggita. Eppure sei la persona che compare nelle fantasie plasmate dalla mia mente, quella con cui mi piacerebbe prendere un caffè assieme, quella con cui parlare per ore delle cose che ci piacciono. Ti fissai brevemente in quegli occhi profondi e sognavo il momento in cui li avrei rivisti. Invece nulla: sei rimasta confinata nei miei sogni.

Alla compagna di viaggio/i suoi occhi il più bel paesaggio/fan sembrare più corto il cammino. A tutte quelle ragazze che ho visto in treno e in autobus, con lo sguardo immerso in un libro e la musica nelle orecchie. A tutte quelle che fissavano il paesaggio che scorreva con gli occhi malinconici sul finestrino bagnato dalla pioggia, cercando una qualche risposta ai propri problemi. E magari sei l’unico a capirla/e la fai scendere senza seguirla/senza averle sfiorato la mano. Io, a mia volta perso nei miei pensieri, non ho avuto il coraggio di chiedere loro neanche il nome.

A quelle che sono già prese/e che vivendo delle ore deluse/con un uomo ormai troppo cambiato. A tutte quelle porte aperte che aspettavano soltanto di essere varcate. Quando poi le varcavi, ti rendevi conto che qualcuno lo aveva già fatto per primo. Allora quell’amore diventa impossibile, irrealizzabile e inizi a lacerarti e a star male, perché pensi che se fossi arrivato un po’ prima avresti goduto tu di quella felicità. Eppure, alcune volte, quelle ragazze cercano qualcosa di migliore rispetto a quello che hanno e quella cosa migliore sei proprio tu. Ma hai paura delle conseguenze, di quello che potrebbe accadere e allora lasci perdere, pensi che il gioco non valga la candela.

Così il tempo passa e allora, rimuginando, si ripensa a tutte le occasioni perse, a tutte le passanti che non siamo riusciti a trattenere. Si pensa a cosa sarebbe potuto succedere, se saremmo potuti essere felici o meno, se lo spezzare le catene della paura della delusione avrebbe regalato un po’ di felicità alle nostre monotone vite. Ma preferiamo il silenzio dei nostri pensieri, il fluttuare vago e senza meta della nostra mente fino a quando La vita smette di aiutarti. In realtà non attendiamo che un’altra occasione, decisi a coglierla al volo e senza esitazioni.

Ciro Gianluigi Barbato