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Eroica Fenice

adulto

Lettera ad un adulto mai nato

Caro Antonio,

Sono proprio io a scriverti: tua figlia, il frutto del tuo seme, il sangue delle tue vene. La testa calda che ha raffreddato la tua, i pianti diurni di un lattante che aveva il diritto di piangere alla luce, i pianti notturni di un adulto che aveva il dovere di nascondersi, piangendo, nel buio più totale. Sono tua figlia, la figlia nata dalla fugacità del tempo dell’amore. Sono tua figlia, l’essere capriccioso nato dalla tua costante fuga dal tempo e dall’amore. Avevi vent’anni, i tuoi sogni ti vedevano correre a bordo della tua moto per il mondo, spinto dal vento, in costante controvento. I tuoi incubi ti hanno visto invece segregato tra le mura domestiche a correre per cambiare i miei pannolini pieni di merda, la stessa merda che stava ricoprendo ogni cosa, stava seppellendo la tua vita, e la tua vita non era come i miei pannolini: non poteva essere cambiata. Non c’era una vita nuova a tua disposizione, non c’era una vita profumata che qualcuno ti avrebbe cucito addosso, sulla quale poggiare il culo e sentirti pulito anche solo per un giorno. Esser padre è difficile tanto quanto esser figli, ma esser figli senza un buon padre fa esser dei figli buoni che non saranno mai dei buoni padri. Ed è questo il motivo per cui ti scrivo: sono stata una buona figlia e ne sono consapevole. Educata quanto basta, ribelle quanto basta, semplice quanto basta, a modo quanto basta. Ma quando basta? Ora, basta e basta perché io devo parlare. La mia vita è in costante declino. Si ostinano tutti a ripetermi che siamo noi stessi gli artefici del nostro destino, ma se il declino è il mio destino, di certo non è per mia scelta. Sono una persona comune: rido quando non c’è da ridere, non piango quando c’è da piangere. Mangio tanto o non mangio niente. Fumo tanto o non fumo niente. Cago tanto o non cago niente. Sono simpatica tanto o non sono simpatica per niente. Le mie giornate oscillano tra eccessi incontrollabili, eccessi che mi controllano fin troppo bene.

Non riesco a chiamarti papà, perché per me tu sei Antonio, Antonio che mai è cresciuto, Antonio che non è stato mai adulto.

Sei stato il mio compagno di giochi, mi hai comprato ciò che indosso, compri ciò che mangio, vorresti comprare i miei sorrisi, vorresti che ti svendessi i miei occhi per vedere ciò che vedo io. Antonio, io non vedo e non servono a farmi vedere meglio gli occhiali che dovrei indossare, non mi mancano i decimi, mi manca la vista. Non sei stato capace di amarmi, non sono capace di amare. Non hai mai poggiato una mano sul mio volto, non so accarezzare. Non mi hai rivolto i tuoi sguardi, non so cosa significhi guardare. Non mi hai mai detto una parola, non comprendo a cosa serva parlare. Non hai mai poggiato la tua bocca sulla mia pelle: penso che la bocca serva solo per mangiare. Non mi hai tenuta tra le braccia, faccio delle braccia l’unico strumento del quale mi servo per allontanare. Tu non sei mai cambiato; ti prego, insegnami almeno ciò, proviamo a farlo insieme: insegnami a cambiare. Vorrei imparare a chiamarti Padre, vorrei sentire i miei figli aggrapparsi al mio collo urlandomi Madre.

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