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Eroica Fenice

L’uomo che non cade

Questa foto si intitola L’uomo che cade, The falling man. Sembra che il suo protagonista stia facendo bunji jumping in camicia e cravatta appeso ad un filo trasparente, precipitando serafico in posizione perfettamente perpendicolare al grattacielo che gli fa da sfondo, con tanto di gamba piegata per attutire la forza di gravità.

Ma la verità è un’altra.

Quest’uomo non salta giù da un palazzone vestito di tutto punto per entrare in qualche assurdo Guinnes dei primati. Quest’uomo si suicida da una delle Twin Towers in una data precisa: l’11 settembre 2001, ponendo fine alla sua vita in una mattinata di fine estate sul selciato di un marciapiede di New York.

In quel maledetto giorno l’inferno è proprio davanti ai suoi occhi. L’uomo vede avvicinarsi sempre più velocemente il muso di un aereo al suo grattacielo. Pensa che sia assolutamente impossibile che il pilota non si sia accorto di volare così basso nel cuore di New York e che presto, conducendo una sorta di slalom azzardato tra i palazzi, raggiungerà l’aeroporto per tentare un atterraggio di fortuna. Invece no. Quel jet punta dritto proprio contro il suo grattacielo schiantandosi a metà dello stesso e scatenando un vortice nefasto di fumo, fiamme e morte. All’interno della Torre si scatena il panico. Magari l’uomo prova dapprima a salvarsi in qualche modo, precipitandosi giù per le scale o tentando persino di prendere l’ascensore ma, in ogni caso, non riesce ad aspettare l’arrivo dei soccorsi o non ha fiducia nell’arrivo degli stessi. E così, vistosi perso, apre una finestra e si butta di sotto per sfuggire alla morte, forse consapevole del fatto che la morte l’avrebbe trovata lo stesso. Precipitare in picchiata nell’aria e sfracellarsi al suolo gli appare una fine più lieve rispetto a quella a cui sarebbe andato inesorabilmente incontro: diventare una torcia umana, morire schiacciato dai calcinacci o soffocare per il fumo sprigionatosi nell’edificio dopo l’impatto. Se suicidarsi gli è apparso salvifico rispetto all’idea di restare ancora un minuto all’interno della Torre tra la puzza di bruciato che penetra nelle narici, le urla strazianti dei colleghi, il suono degli allarmi in tilt e il rumore del vetro infranto, a quale punto di non ritorno doveva essere arrivata l’angoscia di quell’uomo è impossibile persino immaginarlo.

Ma forse c’è un’altra versione dei fatti: quel disperato ha agito “semplicemente” in preda al panico. Come ogni giorno, è talmente indaffarato a svolgere le sue mansioni lavorative magari seduto di spalle alla finestra dalla quale i colleghi assistono all’impatto dell’aereo nella Torre, che non visualizza nemmeno la scena dello schianto. Di conseguenza, l’uomo che non cade non ha il tempo di comprendere quanto accade sotto i suoi piedi o di riflettere con calma su cosa fare per tentare di salvarsi la pelle e, vistosi circondato in pochi attimi dal delirio e dall’orrore, si suicida d’istinto, condannandosi a morte senza concedersi nemmeno una possibilità di salvezza. Ed ecco che, assieme a quella impressionante pioggia di fogli bianchi che cadono leggeri dalle finestre degli uffici, plana giù dal cinquantesimo piano, rimbalzando di tanto in tanto ora di testa ora di corpo sulla facciata della Torre come fosse un birillo impazzito. Da quel volo disperato verso un improbabile sollievo nasce la parabola verso la morte dell’uomo che non cade.

Qualsiasi sia la natura del suo gesto, ossia lucida consapevolezza o impulso suicida, il macabro risultato è purtroppo identico: nel suo tentativo di sfuggire alla morte, l’uomo che non cade trova la morte stessa.

In quel giorno denso di orrore datato 11.09.2001 lui, immortalato in quello scatto ormai leggendario, i pompieri di New York accorsi per primi in quella bolgia di fiamme, i due aerei che trafiggono il ventre delle Torri Gemelle e gli stessi due poderosi grattacieli che si polverizzano inopinatamente in meno di un’ora, diventano i simboli involontari di massacro di innocenti al quale si assiste attoniti in diretta tv. Agli albori del nuovo millennio, quel giorno impresso indelebilmente nella memoria di tutti apre uno squarcio sociale e culturale inaspettato non solo su quella parte di mondo dove si uccide in nome del proprio Dio, ma anche su quell’altra parte di universo che, seppur ricca, laboriosa e liberale, si scopre improvvisamente nuda e vulnerabile al cospetto dell’ inusitato spettro del seme del  terrore.

L’uomo che non cade