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Eroica Fenice

Megaride racconta la sua storia

Megaride è il mio nome. Ricordo che tanti anni addietro, un gruppo di naviganti greci provenienti da Cuma sbarcarono sulle mie coste; era una notte tempestosa e una delle piccole navi della flotta greca, non riuscendo ad approdare a causa di una tempesta marina, si schiantò sul mio scoglio tufaceo. In molti finirono a mare morendo tra le gelide acque, e ben pochi si salvarono dal naufragio, tra cui il comandante Favelo, che, disperato per la perdita della bellissima amata e promessa sposa Partenope, decise di dedicarle il luogo, dandogli il suo nome così tanto decantato dall’aedo Omero. Muore una ragazza, nasce una leggenda. Così il comandante ed altri pochi uomini decisero di costruire una città sul mio sperone roccioso proteso sul mare, li dove già c’era un antico approdo costruito da pochi naviganti provenienti dall’isola di Rodi, così Favelo costruì un faro di avvistamento sul mio isolotto, lì dove fu seppellito il corpo della amata compagna.

Molti anni dopo, fu la volta di Lucullo. Nel corso del tempo si erano completamente dimenticati di me, ma quest’uomo volle onorarmi costruendomi una sontuosa villa invidiata da tutto il genere umano di cui ne era a conoscenza. Al generale Lucullo non mancava nulla: un porticciolo, un allevamento di murene, un parco con giardini, un tempio, una dimora tutta sua e tanto altro. La sera poi era consuetudine per il generale in pensione, invitare sempre qualche illustre ospite per fargli degustare le sue svariate cene apprezzate dai palati sopraffini.

Poi fu la volta di Virgilio, che scriveva di sovente le sue composizioni letterarie sedendosi sugli scogli ed osservando il mare. Un giorno decise di farmi un dono che consisteva in un uovo racchiuso all’interno di una gabbia, e mi disse nascondendolo tra le rocce: “Custodiscilo e fa che non si rompa mai, affinché non si rompa l’incantesimo eterno di questo posto”.

Altri anni trascorsero, ed io ero un po’ invecchiata, ma sempre affascinante nell’aspetto. Intanto cambiavano le presenze sul mio suolo e le strutture: fu allora la volta dei monaci basiliani dall’Ungheria che custodivano le reliquie di Santa Patrizia all’interno di una chiesetta. La mia fisionomia stava cambiando, ed in questo contribuirono in modo determinante i Normanni costruendomi una torre che chiamarono Normandia e che un giorno sarebbe divenuta un castello. Successivamente con gli Svevi fu costruito un ponte che univa quelli che erano due isolotti, edificando un castello che sembrava nascere dalle acque. Fu poi la volta degli Aragonesi che mi cambiarono radicalmente d’aspetto, rifacendomi il look ma rendendomi altrettanto bella, imponente e massiccia secondo il loro stile.

L’uovo,nel frattempo, si era rotto e quel ponte che unificava i due scogli non c’era più: il castello era divenuto un unico corpo collegato alla terraferma con una stradina. Molti avvenimenti si susseguirono ancora; conobbi i vicerè spagnoli, i Borbone , i Savoia, alcuni ridicoli personaggi vestiti di nero che inneggiavano al fascismo e ben due guerre mondiali.

Nel corso dell’ultimo secolo, dopo anni di incurie e di abbandoni del castello, di cui molti politici volevano l’abbattimento, mi fu restituita dignità e suntuosità. Mostre, convegni e manifestazioni culturali non mancavano, e sull’attiguo borgo marinaro erano presenti ristoranti e pizzerie con portate ricche a base di pesce per ogni gusto. Non distante dal mio isolotto c’era anche chi si illudeva di rinascere assumendo strane sostanze e cercando la vita nella morte, chi chiedeva il pizzo e chi discriminava i migranti, la sessualità e le religioni. Uno strano personaggio che una volta era stato imprenditore parlava da politico, promettendo ricchezza a tutti i cittadini che lo avrebbero votato, altri signorotti discutevano di subappalti e smaltimenti illegali di rifiuti e altri ancora sparavano sulla gente per il gusto di uccidere. Ma cerano anche tanti bravi ragazzi speranzosi di un futuro migliore; alcuni amori nacquero sul mio suolo, altri si spensero.

Oggi nell’anno 2500, del castello mi è rimasta solo una torre, il livello del mare e salito al punto tale che sono divenuta un piccolissimo scoglio ancora chiamato Megaride. Sulla torre c’è una struttura avveniristica con una antenna altissima dislocata in cima dove ha sede un laboratorio scientifico sullo studio delle acque, c’è poi un eliporto non distante, l’aria è inquinata in maniera eccessiva  e di pesci non se ne vedono più da un bel po’. La città, o meglio quello che ne resta, è cambiata molto anche nel nome, a tal punto da chiamarsi Newpolis.

Ma vedo una cometa che si sta avvicinando, si dirige proprio qui verso di me, mi avvolge con il suo calore: sta finendo la mia storia per farla rinascere su di una stella.

– Megaride racconta la sua storia –

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