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Eroica Fenice

sofferenza

Mi nutro della mia sofferenza

At tu, Catulle, destinatus obdura.

Risucchiato nel vortice del dolore, penso. Penso ai baci, alle carezze, agli abbracci.

Penso ai giorni trascorsi insieme e alle notti in cui abbiamo fatto l’amore, senza staccarci, senza stancarci. Come se i nostri corpi fossero stati legati, come se non avessimo potuto dividerci neanche se lo avessimo voluto. Ma noi non volevamo.

Alba o tramonto?

Penso ai tramonti e alle albe. Perché i tramonti son per tutti, ma le albe son per quell’élite che è in grado di aspettarle. Perché il tramonto è intriso di sentimenti. “Ti porto in spiaggia a vedere il tramonto” è un’emozione. È un “voglio condividere uno dei momenti più belli della giornata con te perché per me sei importante”. Ma l’alba è diversa: l’alba è un’altra storia. È un “stiamo svegli e facciamo l’amore fin quando il nostro sentimento non consuma questo buio, fin quando la paura delle cose che scompaiono non viene travolta dalla nostra passione”. L’alba è per pochi.

Non ho pace e tuttavia non ho mezzi per combattere,

ho paura e speranza; ardo e sono impassibile;

e volo sopra il cielo, e mi giaccio inerte a terra;

e non ho nulla in mano, e mi slancio ad abbracciar tutto.

Amore e sofferenza

Ci siamo amati.

Ci siamo amati immensamente, perdutamente, maledettamente, a tal punto che ci siamo distrutti. L’amore che provo per te è la mia più grande gioia… e il mio più immenso dolore. È un coltello conficcato in petto che sprofonda nella carne. Che taglia, ogni giorno di più e che va sempre più dentro, attimo dopo attimo. È un dolore così intenso, così carico, così… passionale. Sì, passionale: come lo è stato il nostro amore. Perché noi non siamo mai stati “tutti”: noi non abbiamo amato come due adolescenti alle prese con il primo amore e non abbiamo amato come due trentenni già stanchi della vita. Noi abbiamo amato interiorizzando davvero il significato di amore. E ogni sentimento, e ogni emozione, sembra quasi nulla in confronto a ciò che tu hai dato a me ed io ho dato a te.

Vedo senza aver occhi, non ho lingua eppure grido;

desidero la morte e invoco aiuto;

e odio me stesso, e amo altri da me.

Da quando ci sei tu, non esisto più io

Mi hai tolto me stessa. Hai preso tutti i pezzi del mio puzzle: Babbo Natale è arrivato anche per te. Ti ho regalato un puzzle che spero tu ancora custodisca preziosamente. Era esattamente ciò che volevi, ricordi?

Mi hai chiesto di lasciarmi andare, mi hai chiesto di mostrarti quei lati di me che celo a chiunque. L’ho fatto: te li ho donati come si fa con i Baci Perugina nel giorno di San Valentino, e come si fa con le rose nel giorno della Laurea. Tu sei il mio San Valentino e sei la mia Laurea. Sei il mio più grande amore e la mia più grande soddisfazione. O forse no: tu sei tu. E da quando ci sei tu, non esiste più San Valentino, e non esiste più il mio compleanno, e non esiste più la mia Laurea, e non esisto più io. Perché ho perso me per avere te. Perché dimentico me per ricordare te.

Quanta forza può avere un cuore smarrito?

Mi nutro della mia sofferenza, rido tra le lacrime;

allo stesso modo ho in odio la morte e la vita:

in questa condizione mi trovo, o Donna, a causa vostra.

Ma i tramonti sono anche questo: sono la fine di qualcosa. La giornata volge al termine e tu, destinatus, cerchi di catturare attimi che inesorabilmente scappano. Fuggono via da te… e tu sei lì, inerme, incapace di reagire. Il tramonto arriva ed è la fine.

Eppure per ogni tramonto in un paese, vi è un’alba dall’altra parte del mondo. Scende qua per salire là. È forse una fine, oppure un nuovo inizio? Siamo un tramonto, oppure un’alba?

Odi et amo.
Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.