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Eroica Fenice

Nel volto dei classici: il ciclo vita-morte-rinascita

Amare parole scritte più di duemilacinquecento anni fa. Viverle come fossero state scritte per me, oggi. Cultura è relazione tra il mio io più intimo e unico, e un altro io, che ha le sue leggi e la sua storia. Quanto più profonda e vera è la relazione, tanto più potente è la conoscenza che se ne trae. E così, in quelle parole antiche, che non accaddero mai, ma furono sempre, io ritrovo la strada: i classici ristabiliscono il giusto rapporto tra l’umano e l’eterno, in un ordito di tensione morale, pressione storica e slancio della vita.

Chiamo classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani; di lui, paradossalmente, ogni prima lettura è, in realtà, una rilettura e ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima, perché non ha mai finito di “dire” quel che ha da “dire”. Sa esercitare un’influenza particolare sia quando s’impone come indimenticabile, sia quando si nasconde nelle pieghe della memoria, mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale. Giunge recando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che ha impresso, nei linguaggi e nei costumi che ha attraversato. Il “colloquio” con i classici è la strada giusta per ritrovare la bellezza, nelle sue infinite e inebrianti sfumature. In essi si scopre l’eternità delle origini e la palestra per edificare le relazioni umane nel percorso del vivere. Viene in mente un pensiero di Simone Weil: “Studiare le lettere classiche o la geometria serve ad allenarsi all’attenzione per le persone”.

È classico ciò che persiste come rumore di fondo, anche laddove l’attualità più incompatibile intende schermare l’antico, poiché esso non cessa mai d’illuminarci, di porci nel cuore le contraddizioni dell’uomo e della società. Come a dire: se solo aprissimo i nostri occhi prima dell’irreparabile, sapremmo evitare il dolore connaturato all’esistere. Invece, troppo spesso schiacciati dalla nostra limitatezza, non cogliamo il senso della catastrofe che bisogna inesorabilmente sperimentare. Non capisci ciò che perdi, se non dopo averlo perso: un monito lanciato duemilacinquecento anni fa a tutti noi. Occorre la morte per prendere consapevolezza della vita, poiché in ogni Thanatos fa capolino Eros, così come dalla cenere di ogni distruzione riapre gli occhi e vola libera la nostra salvifica fenice. Ecco, leggere i classici, farmi risucchiare dalla spirale delle immagini del mito, create da altri uomini in ere lontane, mi sussurra che, risanata la ferita, ad ogni vuoto che si crea una nuova realtà riempirà l’evoluzione della mia esistenza. Perché dal contrasto risaltano i valori e l’importanza del vivere è data dalla sua mancanza. La catastrofe funge da stimolo per un recupero di significati e di valori, cosicché la vita rinasca più forte. E poiché costituisce un momento della certezza di sé con cui bisogna necessariamente fare i conti, l’io deve porsi in un atteggiamento costruttivo, per poi poterla sublimare. Del resto, l’uomo ha una “genitorialità” consapevole: tutte le istituzioni, le leggi, le tradizioni, le religioni, travalicano il singolo e gli consentono di preservare un senso di continuità. L’io genitore non si limita ad accudire la prole, ma ad inserire il figlio in questo mondo culturale di segni e simboli, in cui presto s’identificherà. Esso è così forte da poter superare l’istinto di sopravvivenza e la ragione. Un monito, che, non so voi, ma io vorrei tentare di ascoltare. Per ora, intanto, provo a scriverlo. 

Nel volto dei classici: il ciclo vita-morte-rinascita

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