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Eroica Fenice

Non sempre le chiacchiere stanno a zero

A zero si è posata la neve: non accadeva da svariati anni. Azzero. A zero tutte le chiacchiere, bei discorsi di forma aggraziata, ma di sostanza evanescente. Azzero con una matita rossa: c’eri, non c’ero, non c’eri, c’ero, non ci siamo. Accendo un “c’ero” per ricordarmene. A zero, son ferma ancora; faccio un giro e torno al punto di partenza.

Rinascere e ripartire, chiudere porte e aprire finestrelle. Guardo il mondo da un “boh” e mi spavento un po’.

Passeggio tra le gelate campagne del mio colle, come un viandante sulla strada maestra dei boschi, pensando alle PROSSIME cose che vorrei fare in un futuro PROSSIMO e giungo alla conclusione che ho alcune priorità abbastanza PROSSIME nella mia vita. “Le cose che si fanno si portano a termine, senza nessuna scusa per lasciarle perdere!”: mi è stato impartito questo senso “sacro” del fare e dell’impegno, come forma di rispetto verso gli altri e se stessi. Certi cieli hanno affinato la mia ottica: mi racconto che il mondo è cambiato e così anche il lavoro, la sua funzione e le sue simbologie sociali; “ccà nisciun’ è fiss!”. Sono mutate le modalità: periodicità, frammentarietà, elasticità, delocalizzazione. Si apre una voragine che, per pigrizia e paura, spesso stento a cogliere in tutta la sua portata. Mentre a tratti, vedo la mia casa brulicare di disegni malsani e le mura del mio paesello costringermi. Non perché io detesti viverci: amo i suoi colori, i suoi viottoli e le sue pareti cadenti che sanno d’antico; perché s’insinua in me il senso del tradimento. La mia missione non è compiuta, la mia essenza non è completa. Non sono fissa, non sono ferma, né salda. Fluttuo in balìa dei flutti, ondeggio tra le onde. Sono un frammento consacrato a smarrirsi. Mi adagio nella giustificazione della “non fissibilità”, ma si accavallano momenti il cui peso mi schiaccia e mille interrogativi nella mia mente giocano a tira e molla.

Per dare una risposta alla disperazione dell’inattività forzata, si dovrà mica riprendere in considerazione l’ipotesi di Keynes, di squadre di disoccupati che, per avere il sussidio, scavano inutili buche che altre provvederanno a chiudere?

Poi sulla via di casa, in dolce discesa, mi rispondo che, illusorie o dovute che siano le mie speranze, ciò che mi fa ardere è il sincero desiderio di sostare QUI nel mio viaggio futuro, a lottare, a custodire i luoghi che amo, a nutrirmi degli schizzi di quel che potrà essere e per la cui realizzazione dono le mie braccia, le mie mani, il mio cuore. Ma non voglio che il Senso del mio essere debba esaurirsi nel mio Fare. Lavorerò per guadagnarmi da vivere e lo farò bene, perché sono parte di una comunità che rispetto e ho coscienza dell’impegno che mi sono assunta. Il mio Senso, però, risiede Altrove. Non importa dove. Più luoghi e modi di senso, perseguiti con passione e condivisione.

E poi, perché la forza mi viene dal pensare che i TUOI occhi si proiettino sulla mia stessa fetta di cielo. E che l’aria che respiro sia anche la TUA. 

Non sempre le chiacchiere stanno a zero