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Eroica Fenice

treno

Ode al treno (o apologia del pensiero inutile)

Prendere il treno è la cosa più naturale che esista, anche se di natura c’è ben poco. Ne partono a migliaia, di treni, persone che sembrano formichine impazzite salgono e scendono ad ogni fermata. Avete mai preso un treno da Napoli a Bologna? Sicuramente sì, e più di una volta. Per me, invece, il treno è una cosa stra-ordinaria. Oggi percorro la tratta Napoli – Bologna, e sono sei ore di perenne stasi tra un libro di poesie di García Lorca, un fumetto di Hugo Pratt e quei babà che mi porto dietro da Napoli, quasi a farmi compagnia e a ricordarmi che è sempre bene viaggiare con qualcosa di familiare. La noia del viaggio mi porta ad entrare in un turbinio di pensieri, per lo più inutili: avete mai pensato che chi vive in un’isola non può attraversare le regioni sui binari? È una cosa estremamente banale, ma quando il mare ti separa dai luoghi, ci fai caso. Campania, Lazio, Umbria, Toscana, finisce una e inizia l’altra, le stazioni si susseguono a intervalli scanditi solo dalle voci dei passeggeri.

Dinamiche relazionali del treno

E c’è la signorina cinese che dorme, apre gli occhi e si riaddormenta per poi svegliarsi solo per tirare fuori un grosso tablet e vedere le serie tv americane (con sottotitoli cinesi), un baffo alla Rivoluzione Culturale, povero Mao! Poi c’è la signora napoletana che parla al telefono (rigorosamente di cucina) come se chiamasse la vicina del palazzo di fronte, e l’immancabile tizio davanti a te che ogni due per tre tira calci sugli stinchi accompagnando il disturbo con un “mi scusi”. Ecco, per me è naturale spostarmi in nave o in aereo, ma non col treno. Il treno è un collegamento, anzi, il contenitore dei collegamenti. Raccoglie persone in luoghi diversi e poi le incastra casualmente su sedili numerati, i paesaggi fuori dal finestrino sembrano sovrapporsi. È come stare dentro un piccolo mondo che si muove dentro a quell’altro mondo fuori, che forse sta fermo. E anche io mi fermo, mi sento un po’ più vicina alla terra ferma, un po’ meno distante dal “centro”. Il cielo è uno zucchero filato di piombo mentre scambio uno sguardo veloce col mio vicino di posto. Penso ai collegamenti, ai confini che si oltrepassano. Sempre, è inevitabile. Si fa sera, e io mi annoio, leggo un’altra poesia.

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