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Eroica Fenice

occhi

Ontologie sentimentali: gli occhi

Gli occhi. Gli occhi mi fregavano sempre. Gli occhi hanno sempre avuto – per me e su di me – un inspiegabile, irrazionale potere magnetico, al cospetto del quale divenivo succube, sempre. Non ho mai saputo spiegarmene il perché (o, più verosimilmente, non ho mai voluto gettarmi in questa euristica, vana ricerca).

So solo che è sempre stato così e che continuerà ad essere così. (Strano avere queste stupide certezze, vero? Ci ravvisi un che d’infantile, ma di sotterraneo, inebriante, innegabile.)

Forse ciò dipende dal mio essere inguaribilmente ottimista, nonostante le pesanti incrostazioni di pessimismo che mi gravano sull’animo dai miei non numerosissimi anni di esistenza. E, forse, quell’insano ottimismo mi porta, ancora, incessantemente, a credere che gli occhi siano davvero la “parte” umana più preziosa, frammento dell’animo e dell’anima.

Ma le credenze sono, assai spesso, illusioni. E Dio solo sa quanto all’essere umano piaccia crogiolarsi nelle proprie illusioni. Ché anzi, assurdamente, pare che le illusioni piacciano tanto più quanto più sono grandi, incredibili (e patetiche).

Occhi, vertigine di smisuratezza

Nella smisuratezza l’uomo si perde e si rassicura, perché essa, per quanto abbacini, conforta, per quanto disperda, allevia, per quanto intimorisca, consola… Ecco: smisuratezza. È la vertigine di smisuratezza, quella che mi attrae di ogni sguardo. Quella voglia di comprendere, senza mai riuscirvi appieno; quella voglia di sfiorare, di acchiappare l’intangibile. Quella voglia di abbracciare ciò che sfuggirà sempre ad ogni vincolo, ad ogni legame.

Occhi sfuggenti, labili…

Ed ecco – un nuovo “ecco” – : mi attraevano (chi prendo in giro? Mi attraggono!) soprattutto quegli sguardi ancor più sfuggenti degli altri; quegli sguardi che vorresti catturare, ma che sfuggiranno sempre persino alla vista. Quegli sguardi che vorresti imprimerti tanto nella mente, quanto sulla pelle, nelle ossa e che, proprio per questo, saranno evanescenti, diafani, labili (sempre). Quegli sguardi che non ti apparterranno mai. (E di questo dovrei, pur farmene una ragione; ma tant’è…)

E i suoi occhi…

I suoi occhi. I suoi occhi erano tutto questo. Ma erano anche – purtroppo per me – molto di più. Erano tutto e nulla.

Erano paradiso ed inferno.

Erano magnetismo, ma mendace ed ingannatore.

Erano brillìo fulmineo e penetrante, ma già crudele.

Erano affetto falsamente baluginante e poi negato.

E, nonostante tutto questo, erano una specie di droga crudele, di cui non riuscivo proprio a fare a meno.

A cosa mi giovi tutto questo? Proprio a nulla. Ma tutto questo è nella mia natura. E so che non saprò mai rinunciarvi. Né, invero, vorrei.

E, nel silenzio inutile nel quale sprofondo, sono già alla ricerca di altri occhi.

Sono ancora alla ricerca di occhi: i suoi. Che non mi apparterranno proprio mai.