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Eroica Fenice

Come poteva Penelope riconoscere Ulisse?

Aveva passato gli ultimi vent’anni a tessere. Non cantava. Non sedeva assai contenta di quel vago avvenir che aveva in mente. Non era Silvia. La sua mano, non veloce, ma lenta, fiacca, indolente percorrea la faticosa tela. La intrecciava di giorno, la disfaceva di notte. Un inganno, questo qui, che gli ingenui pensarono avesse ideato solo per raggirare i Proci. E che invece  ̶ ingenua  ̶ avrebbe voluto servisse a raggirar se stessa. Più centimetri si aggiungevano alla sua tela, più leghe percorreva lui. E naufragava, ogni tanto. Ma naufragava lui con la stessa frequenza con cui lei avrebbe voluto naufragar tra le sue braccia? Aveva smesso di chiederselo da un po’, Penelope.

Ma di notte… Sì, quando le ancelle la lasciavano sola, quando il rumore dei carri lungo l’acropoli cessava e quando la luna, quella stessa luna che avrebbe potuto ammirare anche lui ovunque si trovasse, illuminava i pensieri di lei, in quei momenti era costretta a pensarci, a quella tela. Ruvida al tatto, malgrado l’accurata selezione delle stoffe, i suoi polpastrelli la percorrevano avidi, come se vi potessero leggere i tramonti sulla riva dello stretto dell’Ellesponto, le distese di fiordaliso nella terra dei Ciconi, le limpide acque che circondavano Scheria, il roboante rumore del mare durante le tempeste scatenate da Poseidone o il soave canto delle Sirene che Ulisse non avrebbe potuto raccontarle neanche se lo avesse sentito, neanche se lo avesse voluto.

Così come lei non sarebbe stata capace di raccontargli quei sorrisi che Telemaco, da dolce bambino, aveva fatto nascere nel suo cuore di madre o quelle rughe che, da normale figlio, le aveva impresso ai margini della bocca e degli occhi. Aveva messo da parte la sua vanità di donna ed era arrivata ad accettare quei segni del tempo, ma non riusciva a metter da parte la sua razionalità e ad accettare la consapevolezza che ogni lembo di quel sudario era segno di una distanza tra loro incolmabile.

Una distanza irremovibile malgrado Penelope la distruggesse appena arrivava il buio

E mentre lei tesseva e ritesseva, correvano i giorni, filavano le stagioni. Filavano, filavano. Come lino, come lana, come amianto. Quello di Berta che serviva, allora come oggi, a ricoprire scheletri di amanti mai amati e miti di eroi mai creduti. Non era Berta, ma filava, Penelope filava.

Eppure non smetteva di chiedere di lui ad ogni forestiero che giungeva ad Itaca. Forse per il desiderio di mettere fine ai noiosi copioni dei suoi banali pretendenti, le sembrava di riconoscerlo sotto ogni vela che si accingeva ad attraccare al porto. Ma non lo riconobbe. Lei, Penelope, la moglie fedele e devota, non riconosce Ulisse, il suo amato e atteso sposo.

Riconosce, in quel mendicante, il suo padrone il buon cane Argo, pronto a ridestarsi, a drizzar le orecchie e a scodinzolare solo in ricordo delle giornate che la robusta gioventù permetteva loro di passare contro lepri e cervi. Ma non lei. E fa bene a parlare Euriclea che identifica Ulisse grazie a quel segno, provocatogli da un cinghiale quando il suo corpo non era ancora connotato dalla fierezza di eroe e la  diletta e saggia nutrice lo lavava come si trattasse di un gracile e delicato mortale.

Sa di quella cicatrice anche Penelope, l’aveva sentita quando la sua pelle aveva sfiorato la sua e lui aveva toccato lei in punti fino a quel momento mai lambiti.

Da allora, da quando si conobbero, qualcosa era cambiato

Qualcosa che non si limitava al goffo travestimento di Ulisse. Aveva preferito sbarazzarsi dei miseri Proci vestendo misere vesti e in quelle vesti, dopo vent’anni, s’era presentato a lei. Non ce n’era bisogno: il cuore di Penelope sarebbe rimasto incredulo anche se lo avesse ritrovato nello stesso chitone color avorio con cui lo aveva visto partire per la guerra di Troia.

«Nessuna altra donna starebbe così, con cuore ostinato,
lontana dal proprio marito, che sofferti molti dolori
tornasse al ventesimo anno nella terra dei padri:
ma il tuo cuore è sempre più duro di un sasso».

Ha quasi ragione a rinfacciarle il figlio Telemaco che sembra non averle mai conosciuto il ventre: non ne comprende – come potrebbe? – la tristezza e la gioia che insieme lo invadono. E dopo quel prolungato silenzio, «Figlio mio, nel petto il mio animo è attonito e non posso parlare né fare domande o guardare diritto il suo volto», si sforza di spiegargli.

Non lo guarda, ma è come se lo vedesse nel palazzo della Maga Circe a bere miele e vino di Pramno. Non lo tocca, ma è come se sentisse su di sé la sporcizia di salsedine ed alghe di quando lui, nudo, si  era presentato in tutta la sua virilità alla pudica Nausicaa. Non lo bacia, ma è come se se percepisse sulla sua lingua l’aspra dolcezza del nettare e dell’ambrosia offertogli per sette anni dalla dea Calipso.

«Se veramente è Odisseo e a casa è tornato, certo noi due ci riconosceremo anche meglio: perché anche noi abbiamo dei segni, che noi soli sappiamo, nascosti agli estranei» poi dice con apparente sicurezza, ma in quel “se” nasconde una paura che stenta a confessare soprattutto a se stessa.

Se è veramente tornato, è lo stesso uomo cui lei ha pensato, ogni giorno, seduta al suo telaio? Lo stesso che, ogni notte, ha desiderato tornasse ad occupare la parte destra del giaciglio?

La razionale Penelope sa che la sagoma dell’amato immaginato non corrisponde a quella dell’uomo atteso, figurarsi a quello che è lì, in carne ed ossa, tornato – dice – solo per lei.  La consapevole idealista comprende che le peregrinazioni della sua mente sono andate ben oltre le Colonne d’Ercole. Ma sarebbe, cerebrale anima, ancora pronta a credere alle sue illusioni?

Sì, lo sarebbe. E non avrebbe neanche bisogno che Atena renda Ulisse più bello e che lo faccia uscire dalla vasca come un Dio immortale. Nel momento stesso in cui decide di metterlo alla prova, Penelope sa che l’Uomo dal multiforme ingegno la supererà.

«O insensato, io non sono superba o sprezzante
né tanto stupita;so bene com’eri d’aspetto
quando sul mare via te ne andasti da Itaca.
Suvvia, Euriclea, apprestagli il solido letto
fuori dal talamo, già da lui costruito;
portate qui fuori il solido, e gettatevi
sopra coperte e pelli e guanciali lucenti», afferma scaltra.

Quel letto non si può spostare: è questo il tranello in cui non deve cadere il marito. E quando lui non cade, come lei sperava, Penelope è felice di ricadere, sola, nell’inganno della tela.

Le si sciolgono ginocchia e cuore. Si crede –  ma solo per pochi istanti – capace di fare e disfare le trame del suo destino. Gli corre incontro, gli getta le braccia intorno al collo, lo bacia e lo implora: «Non essere, ora, adirato, non essere offeso se non t’ho detto, appena ti vidi, il mio affetto». L’uomo dall’agile Mente è stato, dunque, nuovamente capace di convincere l’animo di lei che, benché tanto duro, aveva sempre timore.

E piange, l‘Eroe piange e stringe a sé la sua diletta sposa. La stringe perché comprende che, nonostante le vele e le tele distrutte siano ora lontane e loro vicini, lei ha bisogno di alzarsi sulle spalle il mantello.

L’innocuo Scirocco ha in quel momento il solo potere di produrre fruscìo tra i frondosi ulivi, ma Penelope ha freddo. Penelope ha freddo prima ancora che Ulisse le dica ciò che gli ha predetto Tiresia: Odisseo è destinato a ripartire, ripartire senza essere mai tornato.