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Eroica Fenice

Questa è la storia di uno di noi

Questa è la storia di uno di noi, nato anche lui per caso in via Facebook. Ho 26 anni e se potessi moltiplicarli per 2 e averne 52 o addirittura per 3 e averne 78 o moltiplicare all’infinito ed essere più vecchia possibile, lo farei volentieri. La mia non è smania di crepare, sia chiaro, ma desiderio di sfuggire all’era in cui mi ritrovo a chiamare vita i giorni che passano come i regionali di Trenitalia: lenti, in ritardo e sovraffollati. È così la mia vita: lenta, in ritardo e sovraffollata. Non mi dispiace credermi un treno e far salire gente che in fin dei conti ha bisogno di me anche se per una breve tratta: le mie porte sono aperte a chiunque, non occorre neppure il biglietto. Il mio controllore però ha perso il controllo, il capotreno ha perso la capo, il treno senza capo facilmente può esser un treno deragliato. Nonostante ciò sento di dover comunicare ai gentili passeggeri che è un diritto salire in me, ma soprattutto che è un dovere scendere. Nei treni non si vive ma si corre incontro a ciò che si è scelto di vivere e io voglio esser colei che vive le vite degli altri e che non viene però vissuta, se non a tempo determinato, fino a destinazione o al primo capolinea. Il primo aprile, quest’anno, mi ha regalato un bel pesce. Speravo fosse un merluzzo o un bel trancio di salmone il pesce che avrei mangiato, magari un pesce senza spine, ma invece no, perché il pesce di questo aprile sono io. Ho visto l’amo e ho abboccato, sono finita in pentola, mi hanno stufato.

Questa è la storia di uno di noi o di ognuno di noi?

Vorrei aver 78 anni e aver parlato e sbraitato, ma ho 26 anni e l’unica cosa che ho fatto è aver bloccato. Siamo soliti affrontare i problemi rimuovendo le persone da un social o scomparendo noi stessi dal network. Perdiamo la vista fissando schermi che non si illuminano più scambiando ormai gli occhi della gente per due palle da ping pong con le quali giochiamo usando le palpebre a mo’ di racchette. Poggiamo ossessivamente le dita su display illuminati facendo lo stesso con i corpi altrui suscitando in essi sensazioni pari a quelle che prova il telefono mentre ci serviamo del touch screen per comunicare a qualcuno che non stiamo comunicando un cazzo.

Perdiamo tempo, perdiamo la vista, perdiamo il tatto, perdiamo il contatto

La nostra generazione è la generazione in cui si perde e ci si perde, si trova e ci si trova, non si trova e non si vuol esser trovati. Non siamo in grado di aprire, non siamo in grado di chiudere. Per dimenticarci, dobbiamo bloccarci. Prima mi tocchi, poi mi blocchi. Perché non mi chiami e mi dici che mi ami? Perché invece di nascondere ai tuoi occhi le mie foto, non vieni a cercare le mie mani? Siamo ridotti davvero male da quando la nostra esistenza ruota intorno a tutto ciò che è definibile virtuale. Vorrei smettere di essere un treno regionale e diventare il tuo frecciarossa: vorrei condurti a casa mia, vorrei che ti stendessi tra i broccoli e i carciofi nel mio orto, ti vorrei raccogliere, mi vorrei seminare. Vorrei fermare la mia insensata corsa, vorrei perdere di corsa i sensi e fermarmi. Vorrei essere con te nella terra, vorrei essere la carota che prende vita giù e vorrei tu fossi il mio ciuffo verde che cresce su. Non vorrei mai che tu mi sbloccassi, vorrei però che tu ti sbloccassi. Non cercarmi al mio indirizzo ip: cercami al mio indirizzo.