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Eroica Fenice

La categoria Racconti contiene 50 articoli

Racconti

Sale a mare. Desiderio per una stella cadente

Mi sveglio con uno strano sapore in bocca come di sangue misto a sale… Penso di aver bevuto dell’acqua salata. Non capisco dove mi trovo, ho solo tanto freddo ed ho i vestiti fradici. Sono nella penombra e sento uno strano odore che punge nel naso… benzina! No: nafta misto a orina, ecco cos’è. Faccio forza sui gomiti e da sdraiato riesco a sedermi. Mi fa male la faccia, ho pochi ricordi, ma è da quelli che devo ripartire. Dalla spiaggia alla barca, un attimo e colpisco la sponda di resina, un piede in fallo, forse un sasso e sono caduto in avanti, ma con le ultime forze sono risalito, pensando al saluto di mio padre, alle lacrime di mia madre. Sento qualcuno che piange, c’è chi invece ha il sopraffiato di chi trema, e c’è anche chi prega. Siamo in tanti, troppi per poco spazio. Qualche bambino strilla perché ha fame. Acqua, tanta acqua, riesco finalmente a mettere a fuoco. Il rumore di fondo che pian piano si sostituisce al ronzio nella mia testa è quello delle onde contro lo scafo. Chi sono persone attorno a me? Hanno gli sguardi pieni di sale soffiato dal vento che si alza dal mare. Segnati da lacrime amare, i loro occhi guardano ovunque ma non si cercano per non dover scrutare la paura nell’altro. Faccio lo stesso, forse più per vergogna. Capisco che non c’è nessuna nuvola sopra di noi, capisco ch’è notte, perché vedo tante stelle brillare. È pericoloso muoverci perché l’imbarcazione sembra essere in equilibrio precario. Ci muoviamo piano, riesco a ricordare il giorno in cui tutto è iniziato, il deserto, le città dove bisognava arrangiarsi, dove un pezzo di pane era una grande risorsa. È passato qualche anno e di molti miei amici non ho saputo più nulla e, purtroppo, di molti ho solo saputo che non potrò mai più rivederli. Ora mi ritrovo qui, con il motore spento perché non vuol mettersi nessuno al timone. Mi dissero che l’Italia sarebbe stata la nostra meta. Penso che arrivato a terra non dovrò fermarmi lì. Voglio raggiungere mio fratello in Francia. Ricordo la sua ultima lettera dove diceva di star male perché seppur circondato da fratelli era da solo contro il mondo. In questo mare una mia lacrima aggiunge sale al sale, perché una stella cadente mi dà speranza… Le lascio una preghiera. Vorrei arrivare vivo perché non sono pronto per essere pasto di questo mare. Vorrei che nessuno più come me debba bruciare le frontiere perché vorrei che non esistessero più i confini… … in fondo siamo tutti fratelli della stessa Terra…

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Racconti

Come in un sogno

Tumore. Cancro. Neoplasia. Quella mattina aveva scoperto che le parole erano importanti. Potevano riuscire a celare grandi drammi. Da quel momento ebbe la consapevolezza dell’esistenza di due vite da vivere: una propria della sua adolescenza, l’altra senza età e necessaria. Uscì. Ripercorse a ritroso la stessa strada che l’aveva condotta a quella costruzione fatiscente e vide il sole. Posso ancora osservarla mentre seduta su quel muretto si godeva il calore di quei raggi, ripetendosi: “Siamo una famiglia. Ce la faremo.” Le è sempre bastato poco per essere felice. Sono stato fortunato a conoscerla. Attraverso lei ho avuto la possibilità di vivere una moltitudine di vite diverse. Mi tenni lontano quel giorno. Era troppo distante nei suoi pensieri contorti. Una notte mi fu concesso di tenerle compagnia in ospedale. Non dormimmo. Seppi che lei non lo faceva da tanto. Era impegnata ad osservare quanto buia fosse la notte. Il tempo le iniziò ad apparire sempre troppo breve. Restammo seduti su una panca nel corridoio del reparto. Inizialmente ascoltai solo il ritmo regolare dei nostri respiri, poi parlammo. Parlammo tanto. Fu una notte strana. Ricordo che c’era un vento fortissimo che ruggiva tra i rami di quegli alberi decennali che sembrava fossero stati messi a guardia del cortile abbandonato. Ed è questo il racconto di quella notte senza tempo. Una notte dove mi rese partecipe delle sue uniche confidenze. La notte in cui la sentii triste. Ricordo ogni singola parola, ogni affanno, ogni pausa, ogni lacrima silenziosa. Ci abbracciammo stretti. Non volevo dimenticare il suo profumo. “Ho paura, sai?” Cominciò così. Non le chiesi nulla già sapevo cosa stesse per aggiungere e aspettai il fiume delle sue parole, volevo essere travolto dalla sua voce.“Ho paura.” ripetè  “E se dovessi morire? Mi dimenticheranno? Le persone che amo mi dimenticheranno. Ed è anche giusto che sia così. Non si può vivere in un’eterna sofferenza. Ma io? Io come farò? Resterò sola. Sai, ho cercato di immaginare il dopo. Spero sul serio che tutti quei racconti sull’aldilà siano veri, almeno potrò non dimenticarmi di voi. Io ho bisogno di voi anche di là.” Non riuscivo a risponderle. Percepivo il suo realismo, il suo cinismo, ma soprattutto la sua sofferenza. Era la notte in cui si spogliava di tutte le sue sicurezze e per la prima volta si mostrò così com’era: fragile. Aspettai che ricominciasse a parlare e l’attesa non durò molto. “Ho un sacco di cose da fare. Ma sai che devo ancora innamorarmi? Che devo ancora essere amata? E se non dovessi avere abbastanza tempo per poter fare tutto?” Erano domande che fortunatamente non esigevano una risposta perché non avrei saputo cosa risponderle se non ripeterle tutte le belle storie che si era già raccontata da sola un milione di volte. Un milione di volte più una non avrebbe fatto la differenza. L’abbracciai più forte. Si allontanò. Mi guardò con quei suoi occhi che non saprei come definire, solo lei poteva guardare così, mi guardò come se volesse scavarmi fin dentro le viscere. Non so cosa […]

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Racconti

Quando si ama

“Se tu venissi qui ad amarmi ogni giorno, io riuscirei ad amarti ogni volta con la stessa intensità”. I fianchi strizzati nel suo tailleur grigio perla, seduta alla scrivania di rovere, con una mano assillava la rondellina del mouse, alla ricerca di un valido progetto, e con l’altra giocherellava con il suo orecchino in filigrana d’oro, alla ricerca di un’idea. Il lavoro esigeva tutta la sua attenzione ma era troppo distratta quella mattina. Erano strane le cose che pensava Evelyne mentre leggeva quelle lunghe ed interminabili e-mail che la pregavano di prendere in considerazione i progettuoli di quattro rampolli che credevano di raggirarla solo perché era una donna. Poveri illusi, quanti ne aveva messi al tappeto! Era orgogliosa: divisa tra leggi, formule e dimostrazioni ed era sicura che anche il padre sarebbe stato orgoglioso. Se avesse potuto vederla anche solo per un attimo, le avrebbe detto: «Brava!» con quel suo tono semplice e gentile. Amava chiacchierare fin da bambina, non aveva mai giocato con le bambole a meno che non si trattava di riprodurre le discussioni (solo da grande aveva imparato il termine arringhe) degli avvocati di tutti quei telefilms che vedeva il padre la sera di ritorno dal lavoro. Ottimi studi classici, Laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti in una delle migliori Università della città e, infine, il suo studio Evelyne&Co. era ormai una garanzia di successo sempre. …e ora? Si era innamorata. E da quando si era innamorata non riusciva più a contenere quelle digressioni romantiche. Spesso quando le persone si innamorano diventano cieche. Squillò il cellulare, un messaggio, era lui: le chiedeva di raggiungerlo “al loro solito posto”. Era innamorata. Lo ripeteva sempre più spesso, quasi come se avesse il bisogno di convincersene. Sì, era innamorata. Ma quel messaggio ugualmente la infastidì senza riuscire a spiegarsi il motivo o, più semplicemente, perché preferiva restare cieca. Lo raggiunse e dimenticò il resto, come sempre. Tra le sue mani diventava un’altra, oscillava tra la bambina bisognosa di attenzioni e la donna da amare e quell’uomo sapeva dosare entrambe le componenti con abile maestrìa. «C’è qualcosa di strano, Evelyne, in questa storia!!!». Era la voce di Denise. La sua migliore amica aveva deciso che la ramanzina dovesse continuare: «Come fai a non rendertene conto? Come fai a non vedere? Cosa aspetti a riprenderti la tua vita? Non ti ama! Non ti ama come una donna merita di essere amata!». Cosa ne sapeva Denise di come lei meritava di essere amata! Ma cosa ne sapevano gli altri di come si ama. Non voleva risponderle; cercò solo di porre fine il prima possibile a quell’estenuante telefonata perché improvvisamente sentì il bisogno di pensare: da sola. Le risposte le aveva, doveva solo trovare il coraggio di ammetterle con sé stessa. Trovare la forza per cercare, in fondo alla larva che era diventata, la farfalla che era stata. Si distese sul divano, un calice di vino bianco posato sul tavolinetto di cristallo perfettamente freddo come si sentiva lei, una musica in sottofondo, l’aria fresca che entrava dalla […]

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Racconti eroici: Dimenticato dal sole

L’estate risucchiava le persone dalla città lasciandola quasi deserta. Ogni strada, svolta o angolo, trasudavano di una soffocante malinconia. L’attendevo come un sogno d’amore. Mi sedevo all’ombra del portico e la osservavo correre al bar di fronte tra un’ordinazione e l’altra. Non c’era sole più luminoso del suo sorriso. Non potevo rivolgerle la parola né stringerla a me. In un giorno afoso la vidi abbracciarsi con un altro uomo, felice. Capii che mia madre mi aveva dimenticato. Luca Zibra Dimenticato dal sole, il racconto di Luca Zibra

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Racconti eroici: Estate e dintorni

Quando voltandomi ho trovato i tuoi occhi nei miei è stato giugno: acceso e pieno di promesse. Il racconto che mi hai fatto di te, il nostro progetto per il futuro sono stati il nostro luglio senza ombre. Ora, tra noi, è un agosto stanco. Siamo pieni di ricordi come i bambini che tornano dalle vacanze. Settembre avanza col suo vento fresco. Passa sulle ferite, le sanerà. Arriverà un’altra primavera. Sarà più bella di quella che è trascorsa, succede così ogni anno, e succede anche con l’amore. Valentina Ambrosio  

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Racconti eroici: Pioggia estiva

Dopo mesi di duro lavoro, finalmente il buon Giovanni si può godere una meritata vacanza in spiaggia.  Purtroppo, non appena si stende sul lettino viene accolto da un venditore abusivo armato di ombrelli. – Signore, vuole l’ombrello? – Con questo sole? – Se non lo compri, poi viene a piovere. – E se lo compro resta il sole? – Esatto. – E che lo compro a fare, uhm? No, grazie. Giovanni caccia il venditore e quest’ultimo gli sputa in faccia. – Ehi! – Visto? Le prime gocce di pioggia!   Pasquale Aversano Racconti eroici: Pasquale Aversano è il primo dei quattro vincitori del contest estivo di Eroica Fenice

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Racconti eroici: Sei tornata

Sei tornata. Dopo un anno sei tornata. Piccola, fottuta, gocciolina di sudore. La foresta dove ti eri annidata era fitta, nera come un antro oscuro, impassibile alle preoccupazioni circostanti. Eri lì, tranquilla, poi il terreno si è fatto rovente e come lava fusa, ti sei lasciata andare. Sei scivolata, slavina rovente, per i pendii della fronte e poi giù, giù fino al monte più alto e alle sue due bocche infuocate. Solo allora hai trovato la morte. Bentornata piccola, fottuta, gocciolina di sudore. Carmine Sirignano   Racconti eroici: Carmine Sirignano è il primo dei quattro vincitori del contest estivo di Eroica Fenice

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Campione: esserlo correndo e cadendo

Semplicemente vincere. Non ho mai avuto alternative. Ho rincorso la vittoria, ed è stato facile per me, sempre. Il mio unico obiettivo era vincere, diventare il numero uno. Ho vissuto tutta la vita in funzione di questo risultato: diventare il campione mondiale di ciclismo. Non sarebbe stata una corsa come le altre, ma la gara più importante della mia vita. La strada mi era sembrata lineare come non mai: pedalavo in tranquillità, tenendo gli altri alle mie spalle. Metri e polvere. Mi abbeveravo alla borraccia, mentre lungo il percorso mi raggiungevano applausi e voci che incitavano il mio nome. Mi spingevano a non mollare nemmeno un metro, nemmeno per un secondo. Fin da piccolo ho amato primeggiare; ci sono riuscito grazie al mio modo d’essere: energico e volitivo. Diventando adulto, invece, ho capito quanto sia difficile mantenere un primato, quanto bisogna lottare per difenderlo. Dopo chilometri di rettilineo eravamo giunti dinanzi la salita: era lì ad attendermi, ma io non la temevo perché la mia preparazione atletica era eccellente così come la mia condizione fisica. Scalare questa montagna sarebbe stata una passeggiata, superarla senza fiatone una certezza, allontanarsi da lei, un atto di superbia. Le gambe rispondevano allo sforzo, la pedalata infatti era diventata più energica e lunga; sentivo il cuore pompare forte senza esserne affaticato. Ero a metà salita e mi sembrava già d’aver superato il peggio. Allora volgo lo sguardo verso la folla che mi acclama, mi lancia baci: coccola la mia vanità. Adulazione. Ancora un po’ e avrei raggiunto la vetta di questa maledetta salita, e poi sarebbe stata tutta discesa. Poi un attimo di distrazione. Uno solo. A volte uno è più che sufficiente… Non è necessario vincere per essere un campione! Mi sono lasciato quella corsa alle spalle, così come la delusione che mi ha avvelenato il cuore per lungo tempo. Ho la corazza dura e presto ricomincerò ad allenarmi: scalerò una seconda volta la montagna, senza commettere errori, questa volta. Devo solo rimettermi in sesto. Ho gli occhi che mi bruciano: la luce che penetra dalla finestra m’infastidisce, allora chiamo l’infermiera suonando il campanello più volte. Urlo il nome di quell’infermiera del cazzo che sarà a fumare fuori con qualche altra stronza scansafatiche come lei. Quando arriva si scusa, ma è tesa nei miei riguardi. Pretendo che mi presti la dovuta premura, perché devo guarire velocemente per riprendere gli allenamenti. La giovane mi guarda con occhi spauriti. Non credo nei miracoli, ma sul recupero del mio fisico non ho dubbi. È sera, vorrei vedere un po’ di tv, non trovo il telecomando. Allora schiaccio il campanello: una, due, tre volte. La quarta volta attacco il mio dito al pulsante: che sia rimasto solo in quest’ospedale del cazzo? Mi siedo nel letto, ma vengo assalito da forti vertigini che mi fanno distendere: sono ancora debole per mettermi in piedi da solo. Persa la pazienza, comincio allora a chiamare il nome di tutte le infermiere che conosco; infine grido aiuto affinché qualcuno, anche un malato, possa […]

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Van Gogh, Autoritratto

Sono malato mi dicoNO No: HO detto No: mi HANNO dettoTutti Quegli Altri Al Di Fuori Di Me o erano Quelli Dentro Di Me? mi dicono che fa male “Fa male!” Oh! Zitti! Che fa male l’ho già detto Io! Per favore! Adesso ci avete proprio scocciato! No: mi avete scocciato! E vediamo se fanno un po’ di silenzio e mi fanno lavorare in pace! … Com’è che dice quell’Imbrattatele Parigino? “Parbleau!” “E che te ne fai di tutte queste facce sempre uguali?” mi dicono Quelli di fuori;  che me ne faccio… è che poi se quell’altro non lo ritraggo si scontenta! E FANNO un gran chiasso… mica è facile metterli d’accordo TUTTI? A uno c’ho dovuto tagliare un orecchio per farlo star zitto! O forse… per non sentirlo…

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La Strada

Era Novembre. Non avevo pranzato, come da abitudine, ed ero rimasta dov’ero, intenta, indifferente al Mondo, incapace di distogliermi, in pace. Arrivasti in un pomeriggio, quello, che volgeva a notte, e ti sedesti; dopo un po’ lasciai tutti i libri com’erano sul tavolo e ti raggiunsi, per stare con te. Una felicità immensa in quel vederti, la pace trasformata in pura gioia, improvvisamente la stanza parve rabbuiarsi; “Sta piovendo” mi accorsi, e te ne diedi avviso allarmata, mentre tu, come sempre, rimanesti calmo; guardasti fuori – ma solo per un attimo – e continuasti a parlare. Tu parlavi, io guardavo alla finestra; non tanto perché preoccupata per il temporale, quanto perché più di tanto non ero capace di rimanere a guardarti, gli occhi fissi in un altrove indefinito, rabbrividendo in una giacca di lana che in tutto pareva una veste da camera. Da quella posizione si dominava il cielo, il mare, la Città: urbi et orbi. Un fulmine schizzò su Santa Chiara; rabbrividii di nuovo. “Dovremmo scendere” ti proposi “sta volgendo al brutto“. Guardasti l’orologio – avevi sempre tutto sotto controllo: “È quasi ora di chiusura… scendiamo insieme! Poso questi” battei le mani e trotterellando cominciai a raccogliere tutte le mie cianfrusaglie. Mi intabbarrai letteralmente, mi fasciai più volte la testa nella sciarpa e me la calai fin sulla fronte. Io ho paura dei temporali. Da te pareva estate: avevi solo un impermeabile e un ombrello che, quando lo apristi, mi resi conto che era tutto sfasciato. “Ma vieni sotto il mio!” Protestai più volte, ma non volesti, perché pensasti che mi sarei bagnata, e sapevi che soffro di gola. “Ma tanto mi bagno uguale! Senti che vento!” Niente: continuasti imperterrito la tua discesa con il tuo impermeabile e quel relitto di ombrello accartocciato, mentre parlavamo di quisquilie di grammatica latina; scivolasti su un cartone inzuppato, io ti presi: se c’era un cartone scivoloso era matematico che sarebbe finito sotto il tuo piede, quindi lo prevedetti. Sembravi un grosso gatto bagnato e spettinato. C’era qualcosa di assolutamente comico in tutta quella scena, e infatti mi dicesti, una volta a casa e guardati i libri di grammatica, che era stato divertente. Avevo un vecchio telefono scassato, e tutti i tuoi messaggi sono rimasti là. .. non ho il coraggio di buttarlo via, ma nemmeno di rileggerli. C’era qualcosa di assolutamente comico nei miei jeans zuppi, nelle scarpe allagate che facevano Ciak Ciak e perdevano acqua come barche alla deriva, nella sciarpa che faceva le veci di uno jadore, nel tuo ombrello accartocciato, nei fiumi d’acqua che scendevano con noi per la salita, nelle mie espressioni atterrite ogni volta che cadeva un fulmine, nel latino gridato tra un tuono e l’altro con gli schizzi d’acqua sulla faccia, in bocca… c’era qualcosa di comico e… di idillico. “Che strada facciamo? ” mi chiedesti “Io faccio sempre la stessa: giro in questo vicolo e mi ritrovo a Mezzocannone“ “Io invece cambio sempre… Lo sai? C’è uno studio pubblicato che dice che le persone che fanno strade diverse ogni volta per tornare a casa sono più intelligenti e capaci di far fronte a tutti i problemi e […]

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