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Eroica Fenice

Rovente come una lacrima

Non ho mai vissuto sotto il segno del tuo amore, ma cercando disperatamente qualche segno di quest’ultimo. Mi rimproveravi di trattarti alla stregua di un paziente, io non facevo altro che studiare il tuo caso per trovare una diagnosi e una terapia per quello che mancava non a te, ma a noi. Scovare il difetto, l’imperfezione che evidentemente dovevano caratterizzare la mia persona, se non ero degna di ricevere i tuoi sentimenti. Quel neo, quella pulce che ogni tanto ancora rinvengo ben aggrappata a qualche lembo della mia pelle, che tento di scacciare senza mai riuscirci veramente perché il dolore, spesso, è preferibile al vuoto. Il dolore ci dimostra che siamo ancora in vita, i nostri gemiti ci fanno udire il nostro stesso richiamo.

Ancora ho lo sporadico bisogno di scrivere inerentemente a quello che hai costituito perché sei sempre stato bravo a mancarmi, lasciavi continuamente quello spazio concavo che potevo solo riempire, se non con te, coi pensieri di te. Al punto da diventare ripetitiva, a furia di ribadire a me stessa, come un rito, ciò che eri, ciò che mi rendevi, ciò che mi facevi, a furia di reiterare gli elementi disgustosi della nostra falsa convivenza per disciplinare la mia costante nostalgia, dato che in realtà non ti avevo e né avevo avuto mai. Quindi mancavi sempre e, mancando tu sempre, tutte le mie energie erano rivolte alla costruzione di immagini mentali che ti rappresentassero, eri proprio una zecca che mi prosciugava. Fino a rendermi dimentica delle mie potenzialità, della mia personalità, del mio modo d’amare, dell’esistenza di progetti più ambiziosi e realistici di quello di cambiare il tuo statuto di pulce. La cosa che maggiormente mi irretiva era il riconoscere il tuo totale disinteresse rispetto a tutte queste mie elucubrazioni mentali. Stavi in panciolle a sorseggiare il mio siero e, quando ti stavo scomoda, svolazzavi altrove, e io non potevo pretendere nulla.

Sei una banale cicatrice sul mio corpo poco saggio, adesso più leggera e meno spessa – io di volta in volta ti percepirò in rilievo, eppure ti ripercorrerò con un sentore diverso. Ogni prossimo incontro col passato e col futuro sarà differente perché io sarò differente, coi miei nuovi strappi e le mie nuove cellule e un taglio alternativo e delle scarpe troppo basse. E i tuoi saranno degli occhi che non conosco perché se non ci si condivide ci si perde, e i miei che tu rimembrerai saranno degli occhi di cui io non avrò più memoria. È quella strana euforia del crescere e del curiosare su come il tempo ci porti altrove e al contempo ci radichi in tutto quello che fu, per noi, con gli altri, attraverso gli eventi storici-atmosferici-fisiologici. Sarà quella storia del nostro quotidiano che ad un tratto abbiamo smesso di raccontarci.

Adesso non ho nemmeno voglia di augurarti buona fortuna. Posso pregare per te come potrei farlo per un estraneo a cui pensassi in maniera casuale, un abitante di quella parte del mondo che non conosco e che come tale mi fa pena e paura. Voglio riscattare Didone e imbarcarmi io verso la nuova Roma, che Enea si rimbocchi le maniche per una volta, e comunque questo non sarà più affar mio.

“Il mio amore rovente come una lacrima è la stessa legge della vita. Pensavo che nei miei nascondigli, nei miei occhi pieni di canto, tu trovassi questo libro meraviglioso, che io ho scritto per te e che è la summa teologica dei miei desideri. Ti vorrei parlare dei desideri delle fanciulle, dei loro prati, delle loro selvagge giacenze e di come toccano le corde dell’amore con mani così silenziose che neppure Amore si sveglia. Tu hai sempre dormito e non ti sei mai accorto che sono venuta da te in forma d’anima e che non ti ho mai baciato perché un bacio ti avrebbe risvegliato dalla morte dell’uomo. Ma io che ti amo sono diventata immortale, e non m’importa se tu mi prendi per una mosca inutile, per un insetto che ti logora il sonno. Sono io che sono logorata da te e sono diventata un tessuto così rovinato e logoro che se tu mi vedessi non mi baceresti certo. Sono in fondo l’infula di un morto e non so come faccia a vivere perché tu non mi baci mai e non puoi baciarmi perché sono la tua anima” (Alda Merini).

-Rovente come una lacrima-

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