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Eroica Fenice

il giudice

Se voi foste il giudice: a proposito di femminicidio

La Settimana Enigmistica propone spesso un gioco chiamato Se voi foste il giudice, nel quale il lettore, calatosi nei panni di un magistrato giudicante, deve risolvere un caso giudiziario realmente accaduto. Cimentandomi nel passatempo e districandomi tra fattispecie giuridiche civili e penali in esso proposte quali separazioni giudiziali, eredità giacenti, lesioni dolose e colpose, ho riflettuto sul fatto che in Italia esiste un delitto che sta diventando comune alla pari del furto d’auto e reiterato quasi quanto la rapina, intaccando il primato di quest’ultima quale reato più commesso nel nostro Paese nel 2015. Facciamo così: oggi propongo io un caso e lo risolvo, posto che, purtroppo, di ludico non c’è proprio niente.

Il caso sottoposto al giudice

Tizio uccide la propria moglie nonché madre dei suoi due figli minorenni sferrandole un numero imprecisato di coltellate su tutto il corpo. Dall’autopsia effettuata sul cadavere della donna si evince chiaramente che la stessa ha tentato di difendersi in tutti i modi dalla violenza cieca del marito ma che, disarmata, sorpresa alle spalle e fisicamente meno forte di lui, nulla ha potuto contro quel vortice letale di coltellate. Ad assistere alla scena, il figlio della coppia che sopraggiungeva proprio mentre la madre giaceva ormai inerme sul pavimento di casa, in un lago di sangue, e il padre impugnava ancora l’arma del delitto ricoperto di tracce ematiche della donna. Arrestato, Tizio sostiene di aver agito in preda ad un raptus e che la sua razionalità era offuscata dall’uso di psicofarmaci, assunti per cercare di superare il periodo di grave depressione che stava attraversando da circa un anno, da quando cioè sua moglie gli aveva chiesto la separazione. A detta di testimoni e familiari della defunta, però, Tizio aveva posto in essere comportamenti vessatori nei confronti della moglie già da parecchi anni, tant’è che la morte della donna è purtroppo apparsa ai loro occhi come l’ovvia, attesa e tristemente tragica conclusione dell’escalation di soprusi di ogni tipo subiti dalla stessa fin dall’inizio del loro matrimonio.

Considerando che Tizio non abbia affatto agito in preda ad un raptus, che abbia operato nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e che l’omicidio della donna sia stato da questi lucidamente premeditato, se voi foste il giudice, che tipo di condanna infliggereste all’uomo?

Se io fossi il giudice

Tralasciando la quantificazione della pena detentiva, se io fossi il giudice, applicherei accanto a quest’ultima una pena accessoria innovativa, seppur inventata. Condannerei, cioè, il reo alla “pena fotografica”, consistente nell’affissione in cella delle immagini dettagliate del corpo della sua vittima martoriato di colpi, della pozza di sangue nel quale è stato ritrovato, delle pareti di casa sporche di schizzi di sangue, dell’obitorio nel quale è stato trasportato nonché del funerale della donna straziato dal dolore immenso di tutti i suoi parenti. Aggiungerei a queste, però, anche altre foto che ritraggono i momenti più felici dei figli con la madre, e altre ancora dei bambini rimasti ormai soli, come se fossero orfani, affidati nella migliore delle ipotesi a qualche familiare o, nella peggiore, a qualche istituto di accoglienza per minori. Ancora, condannerei l’uxoricida ad indossare per tutto il giorno un paio di scarpe rosse con il tacco, proprio come quelle tristemente famose per essere diventate il simbolo delle donne morte per mano propri uomini.

Applicherei la pena fotografica, diversificata per scene immortalate e affisse in base al crimine commesso, anche a chi sfregia, brucia, percuote, sevizia, violenta una donna o la istiga al suicidio.

Il giudice e lo scopo della pena

Del resto, se il nostro ordinamento penale ci insegna che il fine ultimo della condanna è la riabilitazione del detenuto, unitamente al suo reinserimento nella società, la ratio della pena fotografica consiste proprio nel far sì che la “persecuzione visiva” con essa attuata, scuota e stimoli in maniera impattante la coscienza del reo per renderlo un domani un uomo migliore.

Purtroppo, a seguito della commissione di questi atroci delitti, la vita annientata è quella della donna che, quando decede, lo fa di una morte incomprensibile e primitiva ma che, quando sopravvive, sconta anche lei l’ergastolo, seppur morale. La vita che comunque continua, invece, è quella del condannato. L’auspicio è che, anche grazie ad una pena di questo tipo, possa intraprendere un percorso di ravvedimento consapevole e soprattutto spontaneo, non evocato cioè al solo scopo di veder mitigata la propria pena nella sentenza che emetterà il giudice. Il vero giudice, però, non quello improvvisato della rubrica di enigmistica.