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Eroica Fenice

Sole a picco sul mondo, solstizio d’estate

Oggi è il giorno più lungo,

è arrivata l’Estate,

il Sole è a picco sul Mondo,

le cose sono intrecciate.

E no non c’è,

ombra non c’è,

oscurità che

giustifichi quel che accade a me.

Fa la sua cosa il grano,

e tu incroci la mia mano,

c’è un connubio là fuori,

e l’erba è avvinta ai suoi fiori.

E no non c’è,

onta non c’è,

mistero che,

s’intoni con quel che accade a me.

E pure io non sono un’isola completa in sé

sono anch’io nel continente.

Ma non sono partecipe,

ed oggi forse irragionevole.

MARLENE KUNTZ, “SOLSTIZIO”, DALL’AMBUM “NELLA TUA LUCE”, 2013

Solis statio, “arresto del Sole”. Oggi è il giorno in cui il Sole arretra il proprio movimento di declinazione, raggiungendo la massima distanza dall’equatore, creando nel nostro emisfero l’istante più lungo di vita del giorno e l’inizio dell’estate. Ma non tutto è come sembra. In realtà, oggi l’estate tocca il suo picco massimo ed il Sole la sua più alta potenza: da oggi in poi, il Sole inizia a calare, per dissolversi alla fine della sua corsa verso il basso e perdersi nelle brume invernali.

Nell’arco di duemila anni, l’antica celebrazione solstiziale reca tracce di sé nelle credenze popolari e nello spirito di disposizione oltre il percepibile, eco dei culti indoeuropei e celtici esaltanti i poteri della luce e del fuoco. Diciamo pure che è un momento extra-ordinario e magico. Una porta di confine tra l’esperienza tangibile e l’inconsistenza ed enigmaticità del non scibile.

Nel paganesimo anglosassone oggi ricorre il Litha, un giorno fuori dal tempo, in cui la magia è all’estremo della sua energia. È una notte di propiziazione del raggiungimento di ogni massimo potenziale: i Druidi raccoglievano le erbe magiche e le essiccavano, per servirsene durante l’inverno; gli amanti si stringevano le mani su un falò, si cospargevano di fiori e saltavano insieme sul fuoco; le giovani donne ponevano fiori sotto il cuscino, per favorire il magico avveramento dei sogni; nelle campagne del Nord Europa l’attesa del sorgere del sole era propiziata da roghi imponenti, per mettere in fuga con il fuoco gli spiriti maligni, gettarvi le cose vecchie di cui disfarsi e celebrare la fiamma della vita attraverso la danza, un rito sacro che conosce gli arabeschi del tempo: chi danza aduna gli spiriti per ottenere chiaroveggenza e conoscenza, comunica e riceve informazioni, onora gli antichi, cura e guida il viaggio mistico della sua anima nella danza della vita. Insomma, accadono in questa notte eventi meravigliosi, prodigi, incontri magici, come avviene nel “Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare, in cui realtà e sogno si confondono a tal punto da non poterli distinguere.

Eppure, ogni anno, in questo giorno, sento agitarsi in me il dissidio della contraddizione della natura. Pensiamo al Solstizio d’Estate come ad un tempo di luce intensa, non di materia oscura e buchi neri. Invece, il Sole c’inganna, da ogni discende, tutto sfiorisce per ricoprirsi di grigiore e gelo. Le mie passeggiate tra le rose e i gelsomini che incorniciano i viali, a partire da oggi, si avviano a concludersi. I colori e i profumi durano il tempo di un soffio, la vita che sentivo appena esplodere ha così in fretta raggiunto il proprio apice. La luce, il calore e l’energia hanno l’elevatissimo costo della consapevolezza di un’illusione, vissuta sapendo d’illudersi. La ciclicità ha un breve istante di splendore. Mi richiama Maurits Escher: questo capovolgimento di situazioni, questo pavimento che può essere un soffitto, questo essere e non essere che s’intrecciano. 

Poi mi rispondo che è nostro compito di visitatori del mondo tenere questi due regni in tensione dinamica e lasciarne emergere un meraviglioso “terzo”. La frattura del vaso diventa parte della sua storia, anziché qualcosa da occultare. Il vaso non dev’essere gettato via perché rotto. L’oro delle sue ferite lo rende “speciale”. Allo stesso modo, permettiamo al Sole del Solstizio di splendere sull’oro che tiene insieme i nostri pezzi. La filosofia che sta dietro alle ciotole rimesse insieme con l’oro stima l’autenticità più della “perfezione”: dice che asimmetria e irregolarità sono naturali, autentiche e belle. Noi siamo “belli”, segnati da lunghe linee d’oro che si intersecano. Noi siamo forti, perché la nostra forza è scaturita “dai graffi che ci hanno procurato le fronde mentre attraversavamo una profonda, oscura foresta” (Terri Windling). Noi siamo giardini di stelle, con i nostri atomi che cantano, vanno in cerchio, tessono attraverso lo spazio-tempo, fanno nascere novae, buchi neri e danno respiro al cielo.

Usciamo fieri alla luce, quale popolo d’oro, teatro sacro e miracolo cosmico. È ora. Questo è il mio solstizio. 

Il sole a picco sul mondo