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Eroica Fenice

coperta

Storia di una Coperta di Pile

Il genitivo in Storia di una Coperta di Pile è soggettivo e non oggettivo: vuol dire che Io vi racconterò la storia

«Ma le coperte di pile non raccontano storie!»

Bah!

Conformisti, ecco cosa siete!

E gretti

e limitati!

Cani e porci scrivono libri

c’è persino la Storia della Colonna Infame…! Lei è infame e ha la sua storia Io, 

leopardata, alla moda e fresca di bucato dovrei censurarmi?

«Ma le coperte di pile non hanno… il cervello!»

Beh, nemmeno tante persone…!

Forse non avrò il cervello, ma ho un cuore… o qualcosa di simile….

Comunque chi non vuole può non leggerla, ma io comincio.

Da dove comincio? “Era una notte buia e tempestosa….” ma no, ma no, troppo scontato… però… sì

Era notte

Lo capivo dall’umidità che mi elettrizzava i peletti della trama; la portafinestra doveva essere aperta. Qui, di notte, nell’aria è frammista una sostanza un po’ appiccicosa ma gradevole, che viene dal mare, e mi lascia addosso un odore come di conchiglie, o… di sabbia…

A lui avrebbe detto, mentre mi stringeva, che la vista da quassù, su quell’acqua a distesa che riflette la Luna, è magnifica.

Probabilmente avevano dato… com’è che si chiama quel modo che avete voi di gravarmi con stoffe e stoffe di diverso gusto – quando fa freddo – buttate alla rinfusa, e con quella specie di tasche rigide da cui si riversano spesso quantità disparate di oggetti… “Prendo cappotto e borsa ” vi sento spesso dire… per non parlare di quando mi sedete addosso con fondoschiena improbabili e soffiate fuori quella cosa dalla bocca che mi si attacca ad ogni pelo della più candida fibra, facendomi puzzare come una fabbrica di pneumatici ed ingiallire…? 

Festa.

Rimasi piegata al buio a sopportare quel peso per parecchie ore, non so di preciso quanto.

Poi, man mano, la luce che si accendeva e di nuovo si spegneva cominciò a portarmi una nuova leggerezza, in un via vai odoroso che sapeva ora di fritto, ora di liquori, ora di profumo più o meno gradevole; ma qualcosa era rimasto… Le voci che arrivavano dal soggiorno erano sempre più fioche, quasi del tutto spente; dall’uscio della porta semichiusa, però, trapelava imperterrita una fetta di luce. Cambiava il tempo: pioveva; l’umidità mi ripuliva, diventando pian piano solo lieve frescura quasi mattutina. La finestra era ancora aperta; fuori imperversava il temporale e folate d’aria bagnata mi spruzzavano di freddo e odore di terra, facevano ondeggiare i miei orli che pendevano dal bordo del letto.

A un tratto, poi, fu quiete, stasi

silenzio.

Tutto era tornato uguale a sempre 

O così sembrava…

D’un tratto la brezza si fermò con un tonfo di porta chiusa, e con lei il suo odore… 

E una mano mi tastò, nel buio, cercandomi.

Si adagiò piano, come chi fa una cosa per qualche motivo un po’ sconveniente

poi si mise sotto di me,

mi abbracciò,

e chiuse gli occhi.

Ma si irrigidì, e cambiò posizione. Si girò, si rigirò, infine riaprì gli occhi e rimase in ascolto; credo stesse provando a percepire se si sentisse il mare. Guardava fuori dalla finestra un punto imprecisato del cielo un po’ schiarito. Aveva il respiro corto, stava rigida

Mi lisciò

tremò di freddo.

Poi passi; si volse di scatto verso la porta, ad ascoltare. Credo le fossero familiari, perchè a livello del petto il suo cuore mi scuoteva. Una voce di uomo, ma dolce. Un tocco diverso, energico, mi afferrò. Lui la coprì, perchè non avesse più freddo, mi rimboccò con gran cura intorno alle sue spalle.

Lei finalmente respirò; sentii tutti i i muscoli del suo corpo, su cui poggiavo, rilassarsi. Fuori della stanza piccole voci soffocate in sottofondo, che non sembravano interessare a chi era dentro.

Lei era lunga, e mi prendeva tutta

Lui era buono, e mi tenne poco per sè: coprì lei.

Sotto di me

nascosti, segreti

incolpevoli si parlavano, Lui le sorrideva

ma tutto in soffi, in sussurri, in segreto, al buio 

Io, che per natura copro, fui la complice perfetta della Discrezione. Mi feci più spessa, per non tradirli. Non rivelerò cosa si dissero (e in ogni caso sarebbe ben poca cosa rispetto alle aspettative)

cose di nessuna importanza.

Fu lei la prima a cedere, che era quasi l’alba. Mentre parlava biascicò le ultime sillabe insensate e tacque, senza rendersene conto; il capo rovesciato sopra la spalla di lui, che aveva sostituito il cuscino freddo, la piccola bocca schiusa, le mani aggrappate alla lana del maglione.

Non potrò mai dimenticare quel suo sorriso… Lei, appoggiata a lui, lo teneva come se non dovesse vederlo mai più…

Sono solo una Coperta…

Da allora ancora fumo ad ingiallirmi, ancora fritto, ancora profumo più o meno gradevole

Ancora passi, voci sparse

Ma nessuno più mi spiega

nessuno più mi rimbocca… fa più freddo

più silenzio.

Mi accarezza solo la povere

e mi sento un po’ più Oggetto anch’Io.

Storia di una Coperta di Pile