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Eroica Fenice

Storia di un pesce rosso che morì urlando

Storia di un pesce rosso che morì urlando

Senza volerlo, nasciamo con la volontà. Senza saperlo, nasciamo senza sapere. Se volessimo e sapessimo, molto probabilmente ci opporremmo con fermezza a giacere privi di possibilità alcuna di ribellione nell’umida grotta materna dalla quale fuoriusciamo dopo nove lunghi mesi di silenzio, impiegando le nostre corde vocali, finalmente.

Veniamo al mondo urlando con tutta la forza che abbiamo in corpo, usciamo allo scoperto facendoci sentire in maniera forte e chiara. “Eccomi, sono qui, grido come un pazzo e devi necessariamente renderti conto della mia presenza”. Il nostro esordio all’interno della società avviene ad alto, altissimo volume, talmente alto che alla vista di un minuscolo pargolo di appena due chili e mezzo, tu stessa, madre, ti domandi come possa un cucciolo d’uomo emettere un suono talmente fastidioso al punto da svegliare interi condomini, palazzi, città.
Senza volerlo, sono nata. Se sapessi di poter rinascere, lo vorrei. Credo di aver emesso l’ultimo strillo ancor prima di compiere un mese; crescendo, ho completamente disimparato ad urlare. Quando sono triste, non urlo. Quando sono incazzata, non urlo. Quando ho mal di pancia, non urlo. Io non urlo: taccio. Nella gioia e nel dolore io non mi sposo: sto zitta.

Dal grembo di mia madre, sono finita all’interno del ventre del mondo. E così come non sono stata io a scegliere la donna nella quale prender forma durante i miei primi nove mesi di esistenza, allo stesso modo mi ritrovo non per mia scelta a divenire sostanza in quest’innalzarsi di palazzi al cielo.
Non ho ricordi dei miei primi quindici anni di vita, temo che tra quindici anni non ricorderò nulla neppure dei successivi. E se io fossi un essere umano con la fatidica memoria dei pesciolini rossi? Tendo a non ricordare, non per dimenticanza, ma affinché ciò che mi accade sembri ai miei occhi un’ennesima e costante novità. Che non mi si dica mai che ho dimenticato: ho semplicemente non ricordato. La placenta è stata l’ampolla di vetro nella quale mi sono mossa, nutrita per mano di mia madre. Il pesce rosso nuota nel poco spazio che gli concediamo, finché non decidiamo di metter quotidianamente fine alla sua fame. L’unica via per la salvezza è trovare l’uscita, compiere il guizzo al di là del vetro, il salto che ci farà raggiungere finalmente il vuoto tanto sognato dall’interno. Il pesce salta nel vuoto e muore, il neonato salta nel mondo e vive.

Storia di un pesce rosso che morì urlando

I pesci dovrebbero poter saltare in mare ed essere abili nel sopravvivere all’impeto della corrente, al sapore del sale che mai hanno sentito in vita loro, dovrebbero esser capaci di convivere con i loro simili vissuti nella libertà dell’acqua.
Noi, uomini, dovremmo poter saltare tra le strade ed esser abili nel sopravvivere alla fugacità del tempo, al sapore di smog, dovremmo esser capaci di convivere con i nostri simili vissuti nel carcere dell’aria.

I pesci non conoscono il valore del tempo ma conoscono bene il significato dello spazio. 

Gli uomini conoscono bene il significato del tempo ma ignorano il valore dello spazio.

Diamo tempo ai pesci, diamo spazio agli uomini.
Acqua, boschi. Opponiamoci alla vita nei contenitori.

Sarò pesce rosso. Morirò, urlando.

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