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Eroica Fenice

Terremoto, sciacalli, rovine: superare il lutto non è dimenticare

Terremoto, sciacalli, rovine: superare il lutto non è dimenticare

Sono le 3.30 di notte del 24 agosto di un’estate come tante donate dalla recessione: chi ha potuto ha prenotato le vacanze, pochi all’estero perché il terrorismo fa paura, qualcuno ha fatto ritorno nei paesi d’infanzia, da genitori e nonni, tanti, per la verità. Sono le 3.30 di notte e la terra trema. È il terremoto che scuote il sonno al nord e al sud; in centro Italia, per molti, quel sonno non ha cambiato aspetto, si è trasformato in consistenza.

Chi ha riaperto gli occhi il mattino dopo ha dovuto cancellare ogni pensiero che aveva portato con sé sul proprio cuscino. Ma non si può immaginare ciò che può significare un cambiamento così radicale e repentino della propria vita.

Più lontano, al nord e al sud, chi ha riaperto gli occhi il mattino dopo ha dovuto fare i conti con una realtà tanto “vicina” e tanto dolorosa. C’è chi ha perso parenti, amici, cari, chi condivide un dolore di lutto e addii, chi non è stato all’altezza del nome di “essere umano”, si è rivolto ad uno schermo e una tastiera per dire la sua, complimentarsi per il potenziale economico dell’evento e poi si è voltato dall’altra parte. E c’è, ancora, chi ha rivisto in quelle immagini un pezzo della propria vita.

Un terremoto, tanti terremoti

Perché ci sono timori che si risvegliano (a differenza di chi non c’è più), ricordandoci sempre di star camminando e vivendo in un territorio fortemente a rischio.

Il 23 novembre del 1980 era una domenica. Troppo lontano? Ma chi ha appena passato i 40 in Campania lo ricorda bene. Basta un niente a rievocare certe immagini, e ad Accumoli, Amatrice, Pescara del Tronto in queste ore il “niente” sembra tutto ciò che rimane.

Bastano immagini comuni a ogni cataclisma che si abbatta senza indulgenza: e perché mai dovrebbero averne le forze della natura se ne sono sprovvisti coloro che dovrebbero essere preposti alla sicurezza di persone ignare, che di notte dormono nelle loro case senza sapere quanta sabbia era stata impastata col cemento delle costruzioni; bare aperte, condanne sottoscritte e firmate da mani colpevoli, consapevoli.

Ed è un ripetersi, ogni volta, di un copione, sempre lo stesso.
La terra che trema, la vita fuori dalle case che non si sapeva se avrebbero retto, dormire in macchina, gli sciacalli in agguato.

Prima e dopo il terremoto: gli sciacalli in agguato sono tanti e hanno molteplici forme

Possono definirsi “giornalisti” quei signori e signore che gridano la parola “sciacallo” con disgusto e disprezzo, ma poi si infilano nei resti delle case, violando proprietà private (non esiste il vilipendio di rovine)? Fanno “fotografie alle fotografie”, riprendono la distruzione, lo sconcerto, la fine di ogni oggetto vivo, carico di memoria e per sempre perduto. Una vita intera andata in mille pezzi tra calcinacci, plastica, legno, polvere, e poi domandano a chi ha perso tutto e tutti, con candida innocenza e drammatico trasporto: “e adesso?”.

E già, adesso.

Adesso è l’ora del lutto, dei pianti, della disperazione. Adesso è l’unico tempo che si possa contemplare, un tempo angusto ma anche privo di contorni, indefinito e indefinibile, che non passerà mai ma diventerà passato. E tutto ciò che si può dire è che gli sciacalli erano già stati lì, anche prima del terremoto: sono coloro che hanno costruito, mattone dopo mattone, la fine della civiltà.

Il tempo della ricostruzione, non dell’abbandono

Adesso è il tempo del dolore, poi verrà il tempo della ricostruzione. Quello che non ha le tinte del dramma familiare, che non ha più salvataggi eroici o morti spettacolari da mostrare, ma solo fatica quotidiana, speranza, rassegnazione, ricerca di normalità.

Non dimenticate, mai, che le persone che avevano una casa ancora il 23 novembre del 1980 non ne hanno mai più avuta una. Che si glorificò il terremoto dell’Aquila per quanti soldi avrebbe portato agli sciacalli pronti a ricostruire, a riempirsi le tasche bucate dai loro stessi artigli, telefonate intercettate dal 6 aprile 2009.

Non dimenticate, mai, che dopo lo spettacolo delle telecamere, dei riflettori, del dramma televisivo, vengono troppo spesso, senza “risonanza mediatica”, il dolore, la desolazione, l’abbandono.

Non permettetelo.

Martina Salvai