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Eroica Fenice

Un étalion in Francia: diario di bordo

La parte più difficile è il risveglio.
Sono in Francia dal 9 settembre, arrivato a Montpellier dopo 13 ore di viaggio: auto, aereo, treno, accompagnato dai miei genitori e da un mio romantico groppo alla gola che lentamente ho mandato giù.
Nei loro occhi quella luce della scoperta che avevo anche io alla mia prima esperienza all’estero, il mio erasmus a Nantes, nel nord della Francia, 5 giorni di sole su 5 mesi di permanenza. Stavolta, per lavoro, sperimento la differenza col sud, quindi Bienvenu chez les ch’tis. Sarò un assistente linguistico in alcune scuole della città. Mio padre ha svalvolato dopo il secondo giorno, ritenendo troppo difficile la pratica degli infiniti saluti di commiato, au-revoir, bonne journée, merci, à vous aussi, che si complicavano con l’appendice del fine settimana et bon week-end. La galette, tipico piatto bretone, l’ha ribattezzata “e che r’è sta cosa?”. Mia madre aveva le caviglie gonfie per il troppo camminare su e giù alla ricerca di un’abitazione, senza riposo a fine giornata perché il nostro albergo ci offriva una fatiscente stanza di 6 metri quadri scarsi, in cui erano stipati a mò di tetris un letto matrimoniale ed un lettino: con vista sul muro del palazzo di fronte.

La Francia è un’Italia capovolta

Il profondo nord qui è accogliente, ha una magia ancestrale che ricorda lo spirito del sud Italia, più spoglio e più voluttuoso, materno. Il meridione francese, invece, è ricco, ha quell’arroganza di chi ha tutto, che tanto ti abbatte e tanto ti convince di essere sul carro del vincitore. Qui essere italiano ti fa montare la testa: lo stereotipo dell’étalion italien è una specie d’interruttore dell’erotismo, la traduzione è “stallone italiano”, motto che ho imparato giusto ieri chiacchierando con una persona che ha deciso di chiamarmi così. Non ho capito precisamente perché quelle quattro ragazze mi abbiano abbordato alla fermata del tram chiedendomi se stessi dirigendomi ad una certa festa. Sono state fortunate, in effetti. È bastato dire “Sì” e “Sono italiano” per provocare risatine emozionate, cosa che mi ha procurato un certo imbarazzo. Le occhiate dei ragazzi non sono di certo meno invadenti. Perché Montpellier è considerata fra le città più libere della Francia, e in effetti qui nel maggio 2013 è arrivata la prima coppia gay a dire “Sì”. Sento una strana libertà sessuale nell’aria, che fa rizzare il capo a quel pizzico di romantico moralismo da uomo del sud che ho sempre voluto conservare, per potermi puramente concedere all’amore, un giorno, magari, insomma, si spera. Nel frattempo, étalion, champagne.

Dalla mia Napoli mi chiedono come va: non so dare una risposta precisa. Devo attendere un’altra settimana per cominciare a lavorare, nel frattempo mi tengo occupato nei piccoli doveri quotidiani, interpretando i panni della gioiosa massaia, dell’uomo d’affari oberato di documenti, di investigatore antropologico a tempo perso. Non ho ancora trovato la dimensione di me stesso all’estero. Ansioso come sono, ho preferito arrivare in Francia il prima possibile, memore di quanto fosse lunga e tediosa la burocrazia. Non sapevo che dietro la porta chiusa ci fosse un mostro a dieci teste: cercare una casa in Francia, specie se sei un maschietto-lavoratore-straniero, è un delirio. Una marea di porte in faccia, sempre che la casa-catapecchia abbia una porta e non una tendina, rifiuti, illusioni, sorrisi (francesi) “falsi e cortesi”, prezzi esorbitanti, case non ammobiliate, case sporche, case fatiscenti, case già affittate, agenzie schizofreniche.

Ammetto di aver desiderato in quei primi giorni di riporre tutte le mie cose nei bagagli e scappare via, tornando da tutto ciò che avevo lasciato a casa. “Tutto”: i miei affetti di sempre, un paio di illusioni e la speranza di trovare un qualche lavoro non pagato che avrei odiato. Almeno avrei riabbracciato il mio bidet, cosa da non sottovalutare.
Ad oggi, dopo ricerche angosciose, scarpe consumate, troppe sigarette fumate per esorcizzare lo stress e un po’ di influenza a causa del tempo schizofrenico, vivo in una bella (costosa) casa a due passi dal centro, condividendo spazi comuni con due coinquilini francesi di cui praticamente non so ancora nulla. A. è liceale e credo si nutra praticamente soltanto di spaghetti al pomodoro, come testimoniano chiaramente i resti nel lavandino (almeno da quando ha smesso di mangiare le mie cose); l’altro A. è mio coetaneo, organizzatore di eventi culturali, in sostanza viaggia per andare alle feste, credo abbia venduto l’anima al diavolo per avere un lavoro del genere. Sulla sua alimentazione ho ipotizzato che proceda per fotosintesi clorofilliana e patatine in busta. Aspetto ancora la birra che mi aveva proposto per conoscerci.


In tutta l’Europa non esiste un popolo così diverso dagli altri come quello francese in abitudini, vizi e virtù.

Credo che le mie disavventure abbiano avuto un prezzo:  ho aperto gli occhi, decostruendo la categoria « idillio » che la mia mente aveva assegnato a questo paese. Disilludersi è il modo migliore per cominciare un’avventura nel modo più razionale possibile. Ho preso una rincorsa piuttosto lunga per questa esperienza, e il salto sembra che non arrivi mai. Qui, però, ho un lavoro. Essere lontano non è facile, significa indossare i panni perenni di esule: non credete a coloro che vanno all’estero con la tracotanza del tradizionale “In Italia non ci tornerei mai”. Diffido, perché sono i primi ad ascoltare tristemente una canzone italiana nel buio della stanza.
Napoli, intanto, è una fidanzata gelosa che continua a guardarmi con quella smorfia tipica della donna dei quartieri malfamati. Mi guarda da lontano, dall’alto del Vesuvio, io le sorrido e continuo a scusarmi della mia assenza, ma i miei sogni hanno il prezzo della nostalgia, un prezzo che sono disposto a pagare. Assieme al prezzo dell’affitto, dei mezzi di trasporto, del caffè (pessimo), delle cene costose.

Quanto mi manca il mio bidet.

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