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Eroica Fenice

Il viaggio

Viaggio affonda le sue radici etimologiche nella parola provenzale viatge, a sua volta derivante linguisticamente e per estensione dal termine latino viaticum.

Intraprendere un viaggio vuol dire spostarsi fisicamente ma anche una lettura  può far compiere un viaggio di noi stessi con la fantasia.

Secondo i principi della psicoanalisi di Freud, il viaggio ha valenze inconsce e gnoseologiche, corrisponde alla sintesi tra i processi di cambiamento e di identità, corrisponde alla ricerca della propria identità perduta oppure alla sua riaffermazione dopo un periodo di incertezze: è conoscere, dunque, il Mondo per affermare e riaffermare il sé.

Compiere un viaggio vuol dire anche maturare se stessi, intraprendere quel sentiero chiamato vita e compiere dentro, entro la nostra anima, un movimento verso un altro noi stessi, ossia verso il noi arricchito dell’esperienza.

La crescita è dunque un viaggio, il viaggio della vita è crescere.

In qualsiasi testo di letteratura vi è la descrizione di un viaggio, sia esso tra le genti, tra le terre, tra le corde della propria interiorità.

Leggendo i testi letterari, sia in prosa che in poesia, ci si ritrova a compiere come lettori i viaggi dei personaggi, ad esempio verso terre lontane o sconosciute, si pensi al poema cavalleresco L’orlando furioso di Ludovico Ariosto, verso terre del meraviglioso, si pensi al Lai Guigemar di Maria di Francia, verso terre conosciute o vicine, si pensi all’epistola Ascesa al monte ventoso di Francesco Petrarca, oppure verso il proprio destino di riscatto, si pensi al romanzo Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas e ci si ritrova a partecipare come lettori alle emozioni di tali “viaggiatori” letterari, ai loro intimi viaggi sentimentali.

In questo caso si pensi a Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo ed a L’ingegnoso nobiluomo Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra: due romanzi che appaiono diversi tra loro ma che alla base hanno l’uguale radice del viaggio lungo il sentiero della vita.

Jacopo è un uomo diviso tra l’amore per la sua “divina fanciulla” Teresa e l’amore verso un Mondo che gli mostra indifferenza, l’indifferenza del Mondo al Mondo stesso e Don Chisciotte è un uomo che volendosi estraniare proprio da quel tipo di Mondo vorrebbe non vivere il viaggio letterario del suo modello cavalleresco Amadigi da Gaula solo come lector ma come agens, egli stesso divenire il protagonista di un romance epico, egli stesso divenire un eroe letterario. Egli, da solo, cambiare il Mondo.

Don Chisciotte arriva, così, a confondere, riprendendo una terminologia psicoanalitica, il principio di piacere con il principio di realtà, facendo superare, così, alla fantasia la realtà andando a spostare il baricentro di quell’altalena epistemologica di matteblanchiana concezione e non ritrovando, così, il giusto equilibrio tra coscienza ed inconscio, intendendo la prima come sede della realtà ed il secondo come sede dei desideri profondi.

Jacopo Ortis e Don Chisciotte, così, sono simili perché entrambi rifiutano un mondo ut nunc est, come è dato nel loro contemporaneo, ed entrambi restano inermi di fronte all’impossibilità di mutare l’esterno secondo i desideri interiori a meno che non si rimanga sempre all’interno della sfera del reale.

Pensando a ciò, a tale presa di coscienza della realtà, mi sovviene l’idea di base de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, ove i protagonisti che compiono un viaggio fisico, interpretabile come allegoria e “pretesto” letterario del più profondo viaggio interiore, modificano pian piano la realtà affidandosi alla Provvidenza e non volendo costruire un mondo ex novo  ma percorrendo i loro viaggi in un mondo in fieri ove l’immaginazione ed il desiderio costituiscono quella condicio sine qua non per quella stessa altalena psichica che risulterebbe ancora una volta disequilibrata: questa volta dal lato della preponderante razionalità.

La vida es un sueño? La vita è realtà e razionalità? La vita è immagine fenomenologica di una realtà noumenica? La vita è storia?

Anche solo ponendosi i filosofi domande così semplici linguisticamente ma complesse interpretativamente, essi compiono viaggi entro l’Anima, il Mondo, l’Infinito.

Non a caso l’esperienza del saggio viene definita attraverso la locuzione “bagaglio culturale”: essa diviene il viatico del nostro sentimentale individuale viaggio nella realtà sociale del Mondo.

– Il viaggio –