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Eroica Fenice

Vicoli di Napoli: quel «vico niro» che non finisce

Nei vicoli di Napoli erano gli anni del compromesso storico; della strategia della tensione; delle stragi e della vendetta. Erano gli anni della protesta; gli anni della violenza. Erano anche gli anni in cui la musica stava cambiando e si trasformava in strumento sociale e politico. Gli anni in cui la stessa canzone napoletana – abbandonata l’obsoleta atmosfera festivaliera – s’indirizzava in tal senso: non più «varchette e manduline», stelle e serenate, ma ecco risorgere, in modo ancora più drammatico forse, quelle figure del proletariato e sottoproletariato urbano napoletano, che già il grande Viviani aveva descritto e interpretato: riecco le prostitute, i camorristi, chi vive d’espedienti. Ma a queste figure se ne aggiunsero altre, più attuali e rispondenti alla Napoli del tempo: il «guardamachine», il giovane scippatore «Chiappariello». Tutto questo grazie all’opera di due grandi artisti che seppero esprimere il degrado morale, culturale, prima ancora che politico/economico, della città partenopea: Salvatore Palomba e Sergio Bruni. Arriviamo ora al fulcro della questione e quindi a riflettere su come, nonostante siano passati quarant’anni da quell’album denuncia inciso proprio dal Maestro Bruni – «Levate ‘a maschera Pulicenella» – la mesta situazione che attanaglia Napoli non sia né evoluta, né tantomeno cambiata. È come se questa città che è «rosa, preta e stella» fosse ancorata allo scoglio di un atavico male che la rende bella e maledetta; poetica e violenta; turpe e Cristiana. Una città a sé stante che, nonostante tutto, rappresenta tuttora l’unico spiraglio di salvezza, parafrasando il celeberrimo Professor Bellavista.

Una speranza, però, che necessariamente dovrebbe essere alimentata dalla classe dirigente di questa città, troppo spesso chiusa nelle stanze sorde del potere e della vanagloria personale. Tutto uguale, quindi, da quarant’anni ad oggi? La nottata non vuole passare. La malavita, la disoccupazione, il vivere «tiranno a campà», il lassismo della politica, la cultura – nonostante qualche sporadica iniziativa di buon livello – lasciata marcire nell’indifferenza generale e nel ladrocinio “autorizzato”. Tutto uguale e la nottata diventa più nera, più cieca per chi non ha voce, per chi non ha la forza di parlare, per chi è stato depauperato del futuro, per chi si è rassegnato all’etichetta gratuita di «camorrista» per il solo fatto di sopravvivere (perché di sopravvivenza si tratta e non di vita!) a Scampia, nel Rione Sanità, a Forcella. Una povertà materiale e umana che rimpingua le già grasse tasche della criminalità organizzata. Si arresta, certo. Dieci, cento, mille persone. Ben fatto, senza dubbio. Ma poi? Cosa fanno le istituzioni per avvicinarsi ai giovani dei cosiddetti «quartieri a rischio»? Nulla! Piogge di milioni cadono su questo e quel progetto, ma a nessuno viene, neanche per un momento, l’idea di iniziare un percorso serio, concreto, di alfabetizzazione, partendo da zero. Prima ancora delle armi, i veri deterrenti contro la camorra e ogni forma di criminalità organizzata si chiamano lavoro, cultura, miglioramento della qualità della vita. Ed è lo stesso concetto di «quartiere a rischio» a non esplicitare la gravità e l’assoluta complessità del problema. Un quartiere non è un ghetto, non è separato dalla città.

I Quartieri Spagnoli, ad esempio, sono in stretta contiguità con la mondana via Toledo. Per cui il “rischio” è certamente ascrivibile all’intera comunità e non ad una parte di essa. E fino a quando dette problematiche non verranno analizzate e affrontate senza la finta e fallace mediazione di etichette semplicistiche e ghettizzanti, le immani difficoltà che attanagliano questa città non troveranno mai e poi mai la luce di una nuova alba, di un cammino che veda a stretto contatto una politica seria e cittadini di buona volontà. L’arte, il teatro, la musica possono avere un ruolo cardine in tal senso, non solo di denuncia sociale, ma di monito, di riflessione, di ausilio nell’intento di dare vita alla vita. Questo «vico niro» che sprofonda Napoli nell’oscurità più deleteria deve cessare. Rimbocchiamoci le maniche e ripartiamo, partendo dal basso, da poco: «si Ddio t’ha dato ‘o mare, forse te può salvà, cu ll’anema squieta, chiena d’arraggia e ammore» ( Napule doceamara, Salvatore Palomba e Sergio Bruni).

-I vicoli di Napoli: quel «vico niro» che non finiscie mai-

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