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Eroica Fenice

Visita pastorale

Tenere sotto controllo una truppa di tredicenni scatenati non era compito facile, specialmente per la creatura più mite del pianeta Terra: il professor Piscopo, l’insegnante di religione. Tuttavia quel mattino la classe era insolitamente tranquilla e ben disposta, forse perchè sollevata dal peso degli zaini e confortata dall’aria di vacanza che si respirava tra i banchi. Ed a Nunzio Piscopo non pareva nemmeno che fossero i suoi alunni. “Sti ragazzini, quante sorprese!” andava riflettendo tra se e sè, mentre a voce alta proferiva le ultime raccomandazioni, prima di avventurarsi per le vie della città, dirigendoli verso il luogo dell’incontro pastorale. S’incamminarono con animo lieto, col sole splendente in un cielo laccato d’azzurro, i cappottini sbottonati e quasi inutili nel tepore primaverile della giornata.

Scostando faticosamente le pesanti tende di broccato per meglio osservare la piazza sottostante, in fermento già dalle prime luci dell’alba, donna Rachele tossisce con un secco brontolio finale; le pare che il freddo del giorno precedente le abbia infiammato ancora di più i bronchi, e che quel grigiore proveniente dal cielo le pesi sul cuore, spezzando ogni volontà. “Non tengo genio stamane!”  bofonchiava strascicando le parole:”E che journata s’è schiarata! Chiove, e malo tiempo fa!”. Meglio starsene a letto, con una borsa d’acqua calda ed una tazza di the sul comodino. Ma i suoi propositi vengono spazzati via dal richiamo imperioso dell’anziana madre, che nell’altra stanza, aiutata dalla cameriera, lottava disperatamente per entrare in uno dei suoi soliti vestiti neri con gli inserti in pizzo, sempre neri. “Dacci una mano!” le ordinò appena fu sulla soglia “assolutamente non voglio fare tardi!”

Lo stadio San Paolo era un diventato una esplosione di suoni e colori e giovinezza. Sugli spalti erano assiepati migliaia e migliaia di ragazzi, di ogni scuola e grado, da ogni parte della regione. Erano divisi in settori, e ad ogni settore era stato destinato un colore di riconoscimento. Ai ragazzi del professor Piscopo era toccata in sorte di occupare parte del settore azzurro: nell’attesa fu loro consegnata una sciarpetta cerulea da sventolare in segno di benvenuto. Sulla sciarpetta è stampata a rilievo la data dell’evento ed il nome del pontefice.”Tenetevela per ricordo, mi raccomando!” è il consiglio che dà a tutti il professore, un consiglio che gli parte dal cuore, urlato per raggiungere in quel frastuono sensazionale, il cuore di ognuno dei suoi alunni.

Rachele fa un sobbalzo nell’esatto momento in cui sente uscire la madre di casa, che sbatte con furia la porta alle sue spalle. “Così piccina e così arpia!” sorride amaramente a quest’uscita della sua mente. No, lei non è scesa. Non ha voluto scendere giù in piazza del Plebiscito. Per cosa poi. Per pigliare freddo, per dare il benvenuto al pontefice, per ascoltare le sue parole. Le parole che sono balsamo dello spirito, del suo spirito straziato? Ma Rachele non vuole più ascoltare. Che ascoltassero gli altri.

Piscopo è emozionato quanto i suoi studenti: l’auto bianca sta facendo il giro della pista di atletica dello stadio, lentamente. La figura al suo interno benedice e saluta; anche se lontano, gli pare di scorgere nel volto sereno del pontefice il suo sorriso rassicurante. “Oi’ vita, oi’ vita mia, oi’ core ‘e chist’ core…” i ragazzi di Napoli intonano il Soldato innamorato per il Papa venuto da lontano, catturati dal suo carisma.  Anche Piscopo ne è conquistato e canta, canta a squarciagola agitando in aria la sciarpettina azzurra, soggiogato dall’atmosfera di  gioia di quell’evento, unico e irripetibile.