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Eroica Fenice

Musica

Fiori nel ventre di Napoli

Ultimo appuntamento della stagione per Casa Nostra, il salotto del ventre partenopeo che ha accolto tra le sue mura colorate tanti dei nomi della scena indie italiana. Purtroppo è vero: quello di venerdì 5 febbraio è stato l’ultimo concerto casalingo di questo lungo e seguitissimo inverno musicale targato LOVELIVE. Sulla cassapanca di Casa Nostra, circondato da lucine e candele, tra tappeti, cuscini e le tradizionali polaroid scattate dopo ogni live, ad esibirsi è stato Alessandro Fiori, ex fondatore e cantante dei Mariposa, celebre gruppo bolognese.  La musica di Alessandro Fiori a Casa Nostra Ironico, sì, ma anche estremamente sensibile e pieno di inventiva. Alessandro Fiori si siede, un po’ imbarazzato, e inizia a suonare invitando tutti a continuare a fare ciò che stavano facendo, per rendere il clima ancora più tranquillo e accogliente di quanto già non fosse. Leggerà una poesia dopo ogni brano suonato, ci spiega, e intanto accorda la chitarra acustica che ha accompagnato tutti gli ospiti di Casa Nostra. Va ricordato che Alessandro Fiori oltre ad essere un cantautore di tutto rispetto è anche un eccelso scrittore di racconti e poesie, con cui si diletta insieme alla pittura. Tra una canzone e l’altra, nel 2007 inizia a lavorare come insegnante di teatro nelle scuole elementari del Mugello. Una volta abbandonato il progetto Mariposa, si dedica alla sua carriera da solista, pubblicando il suo primo album nel 2010, “Attento a me stesso”, seguito da “Questo dolce museo” (2012) e “Cascata” (2013). Questo suo essere eclettico lo caratterizza non poco: i suoi interessi e le sue capacità, infatti, trasudano dalle parole dei brani suonati sul baule di Casa Nostra. E non potrebbe essere più incantevole. Versi puliti che si susseguono e che ogni tanto graffiano senza far male. Tra le risate, le sue sono parole che restano impresse e che sono perfettamente pesate con l’equilibrio creato dalle note di sottofondo. Non parlo solo di canzoni d’amore, paradossalmente, ma anche di canzoni di dissacrante ironia che arrivano comunque come preziosismi, parlando di atti consumati di fretta in luoghi strategici, senza dimora, per esempio. Oppure una canzone dedicata a suo padre, accompagnata dall’aneddoto esplicativo del timone che gli è stato passato. Il tutto concluso con uno stage diving organizzato al momento e che ha divertito l’intera casa. Insomma, è proprio vero che Casa Nostra è il luogo del cuore, come dice la didascalia della pagina dei quattro coinquilini napoletani accomunati dalla stessa, sfrenatissima passione per la musica, pur avendo vite totalmente diverse tra loro. Eppure il punto d’arrivo resta sempre quello, ci si ritrova sempre in salotto, sorseggiando un bicchiere di vino e, per l’occasione, mangiando le classiche chiacchiere di Carnevale. Sicuramente un ottimo motivo per scendere di casa, passeggiare e raggiungere questo luogo caldo e incantato dove il tempo sembra essersi fermato e dove le corde di una chitarra acustica riescono a trasportare al di là del paesaggio mozzafiato, luci sparse di vite lontane, visibile dal terrazzo dove riprenderanno i concerti la prossima stagione. L’appuntamento con Casa Nostra è solo rimandato […]

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Musica

Il venerdì funky del Lanificio 25

Napoli non è mai stata così funky. Dopo il successo di sabato 16 gennaio allo Zero81, che ha visto la partecipazione straordinaria di Daniele Sepe, torna il funk dei The Funkin’ Machine che, venerdì 22 gennaio, hanno bissato con un live non da meno al Lanificio 25. Stavolta però non sono stati “semplicemente” i The Funkin’ Machine: è bene chiamarli i The Super Mega Funkin’ Machine. Sì, perché il progetto che nasce dalle menti di Paolo Petrella, Roberto Porzio e Andrea de Fazio prevede l’inserimento di nuovi componenti durante ogni live, per una line up sempre diversa: venerdì sera, infatti, sul palco dell’associazione culturale di Porta Capuana, erano in dodici, e ognuno di loro cantava, pezzo dopo pezzo, oltre a suonare il proprio strumento. Un venerdì funky negli anni ‘70 al Lanificio 25 Ormai il Lanificio 25 è una vera e propria garanzia, aprendo le proprie porte a gruppi di tutta Italia, e soprattutto dando un meritato spazio a svariati dei tantissimi nomi che costellano il panorama musicale partenopeo. La serata di venerdì si è aperta con una rielaborazione di “Also sprach Zarathustra” del compositore brasiliano Eumir Deodato che ha fatto avvicinare i più timidi ad una sala già piena. Restando fedeli ai propri pilasti ispiratori, tra cui Sly and the Family Stone e Parliament Funkadelic, i The Super Mega Funkin’ Machine hanno proseguito per un paio d’ore all’insegna del vero funk, facendo ballare tutti su pezzi che riproponevano, tra i tanti, le note di Herbie Hancock e della sua “Hang up your hang ups” direttamente dal 1975, o anche di “You can have watergate” degli stessi anni e firmata da The J.B.’s. A Porta Capuana ancora riecheggiano le note di un funky che ci ha ricondotti direttamente alle atmosfere dell’America degli anni ’70, attraverso un revival di tutto rispetto completo di sudore, energia e seduzione, ma soprattutto di sano, sanissimo divertimento. Musica davvero completa di tutto, estesa a sonorità ricercate tra le risate e la partecipazione di un pubblico instancabile. I The Funkin’ Machine ( in questo caso Super Mega) sono irresistibili e, come recita la loro pagina, “Diciamocelo chiaramente, c’era bisogno di una band che facesse del buon vecchio sporco funk”. 

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Musica

Livia Ferri a Casa Nostra

Domenica sera ci siamo visti tutti a Casa Nostra per un nuovo appuntamento. Il quinto, per l’esattezza, della rassegna “LOVELIVE”. E ad essere accolta stavolta è un’ospite d’eccezione che con la sua dolcezza ha incantato il salottino arancione del Centro Storico napoletano: Livia Ferri, cantautrice romana che scrive di vita e di relazioni, raccontandole in modo impeccabile attraverso la sua voce e la sua chitarra acustica.  Livia Ferri tra i cuscini di Casa Nostra. I cuscini disponibili erano trenta, una cifra irrisoria rispetto a tutti coloro che purtroppo hanno dovuto rinunciare al live acustico di una ragazza piena di energia ed entusiasmo, la cui voce ha distribuito attimi di magia in un pubblico che pendeva dalle sue labbra. La sala era gremita e la cosa interessante di questo appuntamento è stata, tra i tanti altri magnifici particolari, l’approccio di Livia Ferri: tra un aneddoto e l’altro, ammettendo inizialmente il proprio imbarazzo – “è il secondo live acustico della mia vita” – ha presentato il suo ultimo disco, di per sé intrigante già a partire dall’illustrazione in copertina: su sfondo bianco, qualcuno, di spalle, cammina. Il tutto stilizzato e semplice, come si presenta la stessa Livia Ferri che per l’occasione ha voluto riproporre, oltre alla sua scaletta personale, anche due cover a cui è particolarmente legata, “Brother” di Matt Corby e “Love” dei Daughter. Tra un brano e l’altro la cantautrice ha contribuito alla comprensione di un album che è in un certo senso sinonimo di ascesa verso una sorta di luce liberatoria, partendo però dall’oblio. Non a caso, infatti, il suo ultimo lavoro, frutto anche di una iniziale fortunata campagna di crowdfunding su Indiegogo, è intitolato “A Path made by Walking”, letteralmente “Un percorso fatto camminando”, che riprende un verso di una poesia dell’autore spagnolo Antonio Machado. Prodotto da BUM! e M.I.L.K, l’album è stato registrato in un casale toscano nel Settembre 2014 con Matteo Di Francesco alla batteria, Alessandro De Berti al basso e Andrea DAP D’Apolito a chitarre e tastiere. E possiamo dire che le intenzioni già erano piuttosto evidenti: mettersi a nudo di fronte a una realtà in un certo qual modo difficile, i cui ostacoli sono stati piano piano scardinati e superati, fino al raggiungimento di un rilucente equilibrio. “A Path Made by Walking” è una confessione, un modo per presentarsi al mondo a cuore aperto attraverso un folk rock intensamente vero.  Hyperbole, Dots, Gratitude, Heritage, concludendo il live con Hound dog: sono questi alcuni dei titoli proposti per la serata a Casa Nostra, il luogo in cui la magia della musica può avere dimensioni reali e tangibili, e dove Livia Ferri, domenica sera, ha dimostrato di essere tra i nomi più validi della scena musicale indie contemporanea. Da scoprire!  

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Musica

Gli Any Other a Casa Nostra!

Candele, bicchierini di vin brulé e luci sparse: è questa l’atmosfera che si respira a Casa Nostra, luogo incantato nel pieno del centro storico di Napoli. O per meglio dire: in uno di quei vicoli che da via Toledo portano direttamente ai Quartieri Spagnoli. Ma cos’è? Difficile spiegarlo con poche parole. Una casa accogliente. Una sala concerti. Il punto focale in cui ritrovarsi con gli amici. Si potrebbe andare avanti per molto, ma meglio concentrarsi su quello che è successo il 6 gennaio per presentare l’aria che si respira lì anche se solo in minima parte. Una Casa Nostra tutta da scoprire Il nome non è dato dal caso. Laddove tutto è celato, in uno scenario controverso e particolarmente discusso della città partenopea, si nasconde una casa, al quarto piano di un palazzo antico, dove qualcosa di magico ha preso forma, avviando un susseguirsi di piccoli concerti, ospitando gli artisti più in voga dell’indie italiano. Casa Nostra è proprio casa nostra, dove tutti, comodamente seduti su cuscini bordeaux e sorseggiando vino, possono sentirsi a proprio agio ascoltando buona musica. Musica che va scoperta, studiata, e che lascia a bocca aperta. Come quella degli Any Other, trio milanese che in questi giorni sta portando avanti un piccolo tour tra i locali italiani, e di cui il 6 gennaio Adele, la cantante e chitarrista, ha offerto un live acustico da lasciare senza fiato. Pur essendo abituati ad accogliere i live dei propri ospiti sull’ampio terrazzo da cui ci si può tuffare direttamente nel “Ventre di Napoli”, i quattro coinquilini di Casa Nostra stavolta, considerato il meteo, hanno chiuso le finestre, offrendo un salotto dalle luci soffuse in cui si respirava ancora una dolcissima aria natalizia. E così ha preso vita il quarto appuntamento della rassegna musicale LOVELIVE: tra un vin brulè e l’altro, il salotto è stato inaugurato da tante persone impazienti di ascoltare gli Any Other. E quanta tenerezza c’era negli occhi di Adele Nigri che, accompagnata da Erica Lonardi e Marco Giudici, gli altri due membri della band milanese, ha suonato in acustico i suoi brani in inglese, circondata da lucine e candele. La storia di Adele è fatta di distacchi, riprese, il tutto sicuramente caratterizzato da una costante voglia di fare che l’ha portata a non arrendersi mai: nasce così il progetto Any Other, percorso voluto dalla voglia di rimettersi in gioco che l’ha portata, un anno dopo, alla pubblicazione di un disco dalle fortissime potenzialità sonore intitolato “Silently. Quietly. Going Away”, composto da dieci brani, quasi tutti presentati durante la scorsa serata. Con un’intensità impressionante ed una forza vocale invidiabile, Adele era comunque un po’ intimidita dal pubblico che pendeva dalle sue labbra e dalle sue mani: mani che portavano avanti melodie e ritmi sempre diversi. E lo stesso discorso vale per i temi proposti all’interno di ciascun brano: come una giovane Alanis Morissette, Adele Nigri ha travolto tutti con la sua voce graffiante ma anche dolcissima, che raggiungeva picchi d’emozionanti falsetti, come durante “Gladly farewell”, ma anche dense tonalità, come in […]

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Attualità

Il disagio dei tempi moderni: Figli di Medea

Dopo l’anteprima di Palazzo Degas, “Figli di Medea”, il cortometraggio scritto e diretto da Mauro Di Rosa, approda al Teatro Sant’Artema di Monteruscello, vicino Pozzuoli, luogo di centrale importanza per quello che è stato definito la risposta ai cinepanettoni natalizi. Il quartiere della provincia di Napoli, infatti, non è stato scelto a caso: al di là del suo essere il palcoscenico dell’intero progetto, è un luogo di singolare importanza sociale, essendo uno dei quartieri più difficili e nel quale si concentrano molti disagi, tristemente comuni in una metropoli come Napoli. Piccola criminalità, paura, mancanza di lavoro. Ma non solo: anche, e soprattutto, persone perbene, la cui caparbietà le contraddistingue, ora come sempre, nella profonda volontà di restare nel territorio in cui hanno sempre vissuto. Questi alcuni dei temi affrontati all’interno del cortometraggio “Figli di Medea” di Di Rosa, prodotto dall’associazione culturale En Art, con la partecipazione di Gianfranco Terrin, Antonio Vitale, Pasquale Ioffredo, Antonella Cioli, Enzo Perna, Melania Pellino, Carlo Geltrude, Mauro Di Rosa, Marialuisa Coletta e Federica Di Rosa. Figli di Medea: specchio del disagio dei tempi moderni? Questa la domanda di uno degli spettatori al regista subito dopo la proiezione. Ed il concetto chiave dell’intero progetto è quel sentimento di speranza che non è mai venuto a mancare nelle persone del quartiere, così come, più in generale, nell’animo delle persone di Napoli. Il corto si divide in tre storie accomunate da un unico destino: la difficoltà di vivere un luogo macchiato da qualcosa di grande che non si riesce ancora a definire, ma che sicuramente appartiene ad un male che cerca, lentamente, di coinvolgere tutti. Così vengono plasmati i volti dei tre protagonisti: un giovane e ambizioso giornalista, Michele, plagiato da un padre che insiste affinché cambi paese; un garzone di salumeria, Lello, simbolo della rivalsa della cultura; e infine un padre costretto a lavorare di notte in una campagna che copre, a sua insaputa, enormi quantità di rifiuti tossici. I tre personaggi sono, evidentemente, persone semplici che cercano di affrontare, con dignità, la quotidianità di un quartiere difficile. Poi, inevitabilmente, costretti a scappare. Oppure no? Citando le parole di Mauro Di Rosa: “Ho cercato maggiormente di raccontare le persone, al di là di un luogo. Spesso, quando si parla di quartieri popolari, vengono in mente i palazzi, le strade, i problemi, e si dimentica che magari in quei palazzi esistono delle persone normalissime che vivono la loro vita o cercano di farlo. Però spesso questo viene deviato dal contesto in cui vivono. Ecco cos’ho cercato di raccontare attraverso queste tre storie, che sarebbero potute essere altre tre: il garzone della salumeria sarebbe potuto essere un meccanico, ad esempio.”  “Figli di Medea” è una valida risposta agli ormai stantii cinepanettoni, con la speranza di vedere altri lavori come questo.

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Teatro

Paradiso e Inferno allo ZTN

Giochi eccentrici e dialoghi esilaranti. Queste le prime parole per descrivere “Questo Paradiso è un Inferno”, spettacolo di Natale targato Naviganti InVersi e Spazio ZTN, per la regia di Maurizio Capuano. Ancora una volta viene proposta la sfida secolare tra il Bene e il Male: contendendosi l’anima di un essere umano, Gesù e Lucifero fanno una scommessa e, scendendo sulla Terra per 24 ore, riusciranno a sconvolgere l’equilibrio di un modesto centro per anziani. Il loro obiettivo è cercare l’ultimo essere umano buono, tale Enzo De Santis: il primo, per aiutarlo a trovare la fede per ovvi motivi; il secondo, per tentarlo. Il caso li porta, quindi, nel centro di accoglienza per i poveri di cui il giovane Enzo è il direttore responsabile, accompagnato da Maria, ex donna di malaffare aiutata dallo stesso a fuggire dal mondo della prostituzione, da Gennaro, vecchio ubriacone, aiutato sempre da Enzo ad uscirne, ed infine da Peppe, anziano prete non vedente che per primo incontrerà le due strane entità aggirarsi lungo lo stabilimento alla ricerca di una persona, quella più amata da tutti. L’uno, Lucifero, caratterizzato da una strano odore, che Maria definisce “aria nella pancia”; l’altro, Gesù altresì ribattezzato da se stesso “Sasà”, che rifiuta di lavarsi e farsi tagliare i capelli, altrimenti “andranno perduti 2000 anni di storia”, e rischierebbe di non essere più riconosciuto. Paradiso e Inferno: chi vincerà? Chiaramente nell’anonimato più assoluto, i due si insinuano furbamente nella quotidianità dei quattro personaggi che popolano la sala d’accoglienza, raggiungendo vette di simpatia e ilarità nel pubblico che, incredulo, assisterà al rifacimento di un serissimo dialogo tratto da “Filumena Marturano”, recitato da Maria che, a tavolino col diavolo, descriverà il disagio della prostituzione. Lucifero, dal canto suo, ha soltanto un obiettivo: quello di trascinare con l’inganno il numero più alto di anime, così da riuscire a corrompere, infine, anche Enzo. Ma perché proprio lui? Dietro il personaggio del direttore si cela un dissacrante estimatore dell’ateismo, qualcuno che non crede, che arriva a mettere in dubbio, oltre che il male, anche lo stesso bene. Si ripropone così l’antica sfida tra Bene e Male, tra gag esilaranti, buoni sentimenti e una regia dinamica e ben dosata. Chi vincerà? Chiaramente la ragione della fede, la speranza e tutto ciò che le concerne. Sarà lo stesso Enzo, sul finire della commedia, a ricredersi grazie a Gesù: dopo i fallimentari tentativi di corruzione da parte di Lucifero, tutta la squadra, dopo essere stata esorcizzata, penderà dalle labbra del figlio di Dio che, tra una battuta e un dialogo col padre e lo Spirito Santo, lascerà la sala con tanto di miracolo. Con la partecipazione di Aurelio De Matteis, Francesco Rivieccio, Giuseppe Fiscariello, Eliana Manvati, Gennaro Monforte e Peppe Carosella in una esilarante commedia che sarà riproposta allo Spazio ZTN fino a domenica 20 dicembre.

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Attualità

La pazzia, la genialità, l’arte: la prima di GENIUS!

Tutti soddisfatti per il valido excursus lungo l’ospedale – tuttora funzionante – degli Incurabili, a Napoli, con la prima di “GENIUS! Costretti ad essere sani”. La pazzia, la genialità, l’arte: per la regia dell’eclettica Nina Borrelli, lo spettacolo si propone come la rivisitazione teatralizzata della presenza di alcuni artisti del primo ‘900 all’interno del manicomio di Berlino, e non solo. Il pubblico, anch’esso ospite, diventa folle tra i folli, coinvolto totalmente alla scena di un manicomio le cui difficoltà sono tangibili, incontrando alcuni personaggi del mondo dell’arte che hanno vissuto il disagio di essere considerati pazzi o di convivere con la passione creativa, più semplicemente, e pertanto condannati a una vita di reclusione. La magia parte fin dall’inizio, con la trasformazione del pubblico in vero e proprio nucleo del percorso: ciascuno spettatore, dopo essersi munito del proprio biglietto, viene invitato a compilare un test attitudinale, proprio come se fosse un paziente, il quale caso è molto particolare e pertanto va preso in esame. Il tutto all’interno della sala principale del Museo delle Arti Sanitarie, dalla quale parte il percorso verso le scalinate del complesso, tutti rigorosamente scortati da due attentissimi dottori che non li perdono mai di vista. Una strada emozionale conclusa con l’entrata all’interno dell’ospedale degli Incurabili: location suggestiva quanto mai perfetta per quest’occasione. La presentazione è eloquente: dopo un primo breve monologo introduttivo sull’arte, gli astanti vengono tutti messi in fila e privati dei loro “colori”: a ciascuno viene consegnato un camice bianco, tipico dei reclusi in manicomio, e una pillolina color arancio. Nonostante le titubanze, essendo sopraffatti dalle insistenze delle suore astiose che nel frattempo hanno preso il posto dei dottori, mandano giù. Viene avviata così la conoscenza di personaggi come Camille Claudel, giovane amante di Rodin, Otto Dix, Ernst Kirchner, Edvard Munch, tre dei maggiori pittori della scena tedesca del primo ‘900, Goya, e infine una giovane dalla vena artistica, Maria, alienata dagli ormai troppi anni trascorsi tra quelle vere e proprie celle, allontanata dal mondo reale che avrebbe potuto invece accrescere la sua sensibilità. Genius, chi sono i veri pazzi? Quanta credibilità c’è, quindi, nell’immagine del manicomio? Sono davvero loro i veri pazzi? Durante il percorso lungo i reparti mi sono spesso posta queste domande, a tratti commossa dalle storie personali di questi personaggi costretti ad una vita di reclusioni e perdite insanabili. Perché? Perché la società ha sempre visto gli artisti come scomodi, come fonte di problemi. Una donna come Camille Claudel, ad esempio, non avrebbe mai potuto scolpire, perché donna. Una spiccata creatività come quella di Kirchner plagiata dagli orrori della guerra. Straziati e strazianti allo stesso modo gli animi degli stessi Goya, Munch e Dix. Un percorso emozionale, sì, ma anche e soprattutto formativo, volto ad avvicinare se non immergere lo spettatore che si trova vis-à-vis con gli attori e con il loro indicibile dolore. A concludere l’excursus, l’invito da parte delle suore e degli infermieri ad esprimere la propria creatività su pannelli posti alle pareti, accompagnati da un video di sottofondo […]

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